n. 3 - Anno 2010
  

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Maria Remiddi
Un impegno per la pace nell'Italia del secondo dopoguerra

di Anna Scarantino

La guerra, lo sappiamo tutti, è sempre un tema di attualità. Fortunatamente dislocata su teatri lontani dai nostri immediati confini, i mass media ce la riportano dentro casa inondandoci quotidianamente di moderni bollettini di guerra, riguardanti soprattutto le diverse aree calde del pianeta in cui Usa, Europa, e in parte anche Italia, sono più coinvolte. Naturalmente si parla anche di pace, ma soprattutto in relazione alla guerra. A tener viva l’attenzione dei media in questo campo sono soprattutto i tentativi di composizione dei conflitti in corso portati avanti sul piano politico-diplomatico, o le iniziative di singole personalità di prestigio o quelle dei movimenti per la pace che da alcuni decenni hanno assunto connotati di massa e riescono in determinate occasioni a far sentire la loro voce in varie parti del pianeta. Eppure non si può dire che la pace, oggi come sempre, “faccia notizia”, che sia in grado di tener viva l’attenzione dell’opinione pubblica, al di fuori di qualche evento eccezionale, con la stessa forza dirompente, con la stessa capacità di tenuta del fattore guerra.
È una vecchia storia, questa, nel senso che non solo i giornalisti ma anche gli storici di professione hanno la loro parte di responsabilità. Se ci volgiamo al passato e ci affidiamo alle ricostruzioni storiche, vediamo infatti che le cose non sono andate molto diversamente. Generazioni di studenti si sono formati su manuali dominati da vicende belliche, guerre di conquista, scorrerie, conflitti dinastici, lotte per il potere, quasi che la storia procedesse solo sotto la spinta di eventi dirompenti e drammatici. Histoire-bataille la chiamano i francesi. E sono stati soprattutto loro, a partire dagli anni trenta del Novecento, a rivoluzionare questa visione della storia, estendendo i loro campi di indagine a settori mai prima toccati, anche per colmare i grandi vuoti documentari con i quali si doveva misurare la storiografia tradizionale del Medioevo e degli inizi dell’età moderna. Il varco aperto da allora sulle molteplici manifestazioni dell’uomo si è andato sempre più allargando e oggi si può dire che non c’è settore, argomento, atteggiamento mentale, persino oggetto materiale, legato all’attività umana, che non ricada sotto la lente indagatrice di qualche storico. Ciò ha finito con l’investire, ma solo di recente in Italia, anche il tema della pace. Non più semplice fondale neutro di un teatro in cui altri eventi – politici, sociali, economici, culturali, religiosi – tengono il campo, la pace è diventata finalmente un autonomo oggetto di studio.
A far uscire la pace da questo prolungato stato di disinteresse, di visione al negativo – la pace concepita come semplice assenza di guerra – ha contribuito dapprima un ristretto nucleo di pensatori illuminati che ha rifiutato l’idea tradizionale e fatalistica della guerra come di un male inestirpabile dall’uomo e ha cominciato a vedere la pace come una realtà che l’uomo può costruire e rendere stabile. A loro, col graduale affermarsi di una società di massa, ha fatto seguito la nascita di associazioni e movimenti per la pace, sia di matrice religiosa che laica.
In questa lunga vicenda, che si è sviluppata in Europa e in America attraverso almeno due secoli – Ottocento e Novecento - le due guerre mondiali hanno rappresentato un enorme evento traumatico anche sul piano delle coscienze. La fiducia sette-ottocentesca nella forza costruttiva e pacifica della ragione è venuta meno. Si è compreso che la ragione stessa, anche se liberata dalla superstizione e dalla barbarie, può essere messa al servizio di un’ideologia e di un apparato tecnologico che, lungi dall’allontanare una prospettiva di guerra, ha reso quest’ultima ancora più micidiale ed efficiente, ponendo a rischio l’esistenza non solo di un popolo o di uno Stato ma dell’intera umanità.
La riflessione su questi temi e la tragica esperienza di una dittatura che portò il nostro paese a conoscere sulla propria pelle gli effetti di una guerra devastante e di una pesante sconfitta favorì nell’immediato secondo dopoguerra la nascita anche in Italia di numerose seppur piccole associazioni per la pace, di solito dalla vita effimera, anche se animate da grande attivismo. Alla soddisfazione per la ritrovata democrazia, esse univano il desiderio di chiudere rapidamente i conti col passato e intendevano dare un contributo concreto alla costruzione di una pace duratura, che non si limitasse a subire le condizioni imposte dai paesi vincitori, ma scaturisse da una ritrovata collaborazione internazionale.
Tra questi gruppi merita di essere ricordata, nonostante le sue ridotte dimensioni, l’AIMU, l’Associazione internazionale madri unite per la pace, creata nel 1946 da Maria Remiddi, un’insegnante romana di nascita, ma legata da profonde radici al mondo abruzzese e soprattutto marchigiano, della quale mi sono occupata in un recente lavoro (Donne per la pace. Maria Bajocco Remiddi e l’Associazione internazionale madri unite per la pace nell’Italia della guerra fredda, Franco Angeli, 2006). L’apertura al pubblico del suo archivio e la conoscenza della sua attività, in contatto con numerose altre associazioni per la pace in Italia e nel mondo, ha consentito di gettare una luce su una realtà ancora poco conosciuta anche a livello specialistico qual è quella del pacifismo italiano. A partire da un nuovo angolo visuale – un settore della società civile estraneo ai partiti, sebbene non apolitico, una forma di associazionismo femminile di impronta borghese e laica – la vicenda di questa associazione ha inoltre contribuito ad arricchire di conoscenze gli anni Quaranta e Cinquanta, che come si sa furono decisivi per la ricostruzione del paese sotto molteplici punti di vista: materiale, istituzionale, politico, economico, sociale, ma anche morale e ideale.
Maria Bajocco Remiddi fu l’ideatrice e la vera animatrice di questa associazione. Sua fu l’intuizione di creare un’associazione di donne sulla base di un denominatore comune che allora, all’indomani della guerra, aveva un potere evocativo di particolare presa: la maternità – materiale ma soprattutto ideale – intesa come simbolo di protezione della vita fin dalla nascita, un elemento universale, che avrebbe dovuto facilitare il riavvicinamento tra le donne di paesi ex nemici (tedesche, francesi, inglesi, americane…) e tra le stesse italiane divise dalle rispettive appartenenze politiche. Soprattutto di Maria Remiddi fu la perseveranza nell’azione, che consentì al suo gruppo di durare oltre dieci anni, avviando un gran numero di iniziative e sfruttando ogni possibile canale, in particolare quello scolastico, per propagandare le sue idee. Sua del resto era stata la molla iniziale che fece maturare in lei l’impegno per la pace sotto la spinta dell’esperienza bellica, vissuta in gran parte a Muccia, il paese marchigiano di origine della madre, e delle spontanee manifestazioni di solidarietà che si stabilirono allora tra civili e soldati d’occupazione, di cui fu insieme testimone e protagonista. Sua fu la capacità dimostrata di coniugare lo slancio ideale che l’aveva animata fin dall’inizio, con la comprensione degli spazi effettivi d’azione e degli obiettivi oggettivamente raggiungibili; sua fu l’umiltà di voler innanzi tutto capire il senso delle vicende politiche e delle forze in gioco, cercando di tener conto anche delle ragioni degli “altri” e rinunciando alla pretesa di proporre soluzioni generali, ma valutando gli avvenimenti caso per caso; sua ancora la convinzione che ai governanti e non a vaghe utopie pacifiste spettasse ricercare le possibili soluzioni, nel quadro del diritto e della giustizia internazionale e a sostegno del federalismo, mentre il compito di associazioni come la sua fosse di agire soprattutto da stimolo con lettere e appelli ai politici e con un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica.
Quella in favore della pace fu una vera e propria scelta di vita che accompagnò l’itinerario di Remiddi anche negli anni seguenti. Dalla fine degli anni Cinquanta ella continuò infatti la sua opera di promozione della comprensione internazionale operando soprattutto nel settore educativo attraverso il suo lavoro nella Commissione italiana dell’Unesco e in questa veste fu chiamata da Aldo Capitini a far parte del comitato d’onore del congresso della War Resisters International (tenuto a Roma nel 1966), cioè di una delle più antiche organizzazioni in difesa della pace e dell’obiezione di coscienza, accanto a personalità quali Norberto Bobbio, Giorgio La Pira, Ignazio Silone e Lelio Basso.
Nella sua opera Remiddi potè contare sul valido aiuto di almeno due importanti collaboratrici: Anna Garofalo, giornalista e scrittrice, e Marina Della Seta, una delle poche donne laureate in legge negli anni trenta, che le discriminazioni razziali sotto il fascismo privarono presto del padre e della possibilità di avviarsi alla carriera forense. Garofalo, prematuramente scomparsa nel 1965, con i suoi interventi giornalistici difese sulla stampa di area laica la condizione della donna in Italia, affrontando anche argomenti allora scottanti, quali la prostituzione e il divorzio, e contribuendo a far sì che l’attenzione per le tematiche femminili non fosse l’espressione di un interesse settoriale, ma una questione di interesse generale, un indice della crescita civile del paese. All’interesse per le donne e per un giornalismo d’inchiesta associò la difesa delle ragioni della pace nella politica e nell’educazione.
Marina Della Seta lavorò strettamente al fianco di Maria Remiddi, portando all’associazione la sua sensibilità di donna delle “minoranze”, oltre che di buona conoscitrice delle lingue straniere. Sarà proprio Della Seta a diventare la rappresentante italiana di una grande organizzazione femminile internazionale, nata durante la prima guerra mondiale per difendere le ragioni della pace e della giustizia internazionale – la WILPF, Women’s international league for peace and freedom – quando l’Aimu nel 1957 scelse di diventarne la sezione italiana, realizzando la sua aspirazione ad acquisire una dimensione internazionale e ricevendone il prestigio che derivava alla Wilpf dall’aver ottenuto due premi Nobel per la pace nel 1931 e nel 1946 e il suo riconoscimento come Ong a stretto contatto con l’Onu e le sue agenzie specializzate.
Come Garofalo, Della Seta potè inoltre viaggiare all’estero per entrare in diretto contatto con altre esperienze associative femminili. Oggi tutto ciò può sembrare perfino banale, ma non lo era certo allora, sia per ragioni economiche, dati gli alti costi degli spostamenti, sia perché era ancora raro vedere donne che viaggiavano da sole. D’altra parte, per quanto onerosi per una piccola associazione che si sosteneva solo con i sacrifici personali delle sue socie, i contatti con l’associazionismo d’Oltralpe erano considerati di primaria importanza per un duplice motivo: in primo luogo, nella convinzione che lo sviluppo di un’azione per la pace non poteva restare confinata in un ambito strettamente nazionale ma richiedeva un’azione concorde di organizzazioni straniere con finalità simili; in secondo luogo perché l’ambiente femminile italiano si rivelò particolarmente difficile da penetrare, o perché già schierato politicamente, o perché diffidente e ostile verso qualunque forma di partecipazione pubblica.
La ricerca ha così rivelato realtà inattese. Contro il diffuso convincimento – allora più vivo di oggi, ma tuttora persistente -  che le donne abbiano una particolare attitudine, una vocazione per la pace, la storia di quegli anni, segnati da forti passioni politiche e civili, ha mostrato invece come la questione “pace” non solo non unì le donne, né rappresentò la loro bandiera, come l’Aimu aveva sperato, ma nel momento in cui uscì dalle astrazioni per entrare nell’agenda delle forze politiche, fu assai più strumento di lotta tra i partiti che occasione di dialogo e di riflessione, diventando anzi una delle componenti del consolidarsi dei blocchi e del duro confronto politico e ideologico che questo generò anche nel nostro paese.
La fine degli anni quaranta vide infatti la nascita di un movimento di massa per la pace, i Partigiani della pace, la cui prima significativa campagna fu contro la firma del Patto Atlantico, giudicato all’epoca da molti come un attentato alla pace. Ma era nota fin da allora, e la storiografia l’ha ampiamenta confermata, la natura strumentale della stessa organizzazione, al servizio del partito comunista e dietro di quello dell’Unione Sovietica. Nonostante la capacità d’attrazione esercitata dalle sue campagne, specie tra i gruppi più sensibili ai temi della pace, e l’attenzione riservata alla propaganda verso le donne, la visione manichea del movimento, che collocava da una parte i paesi imperialisti e guerrafondai e dall’altra le forze della pace che si riconoscevano nella politica dell’Urss, era destinata soprattutto a radicalizzare lo scontro in atto e rendere la parola “pace” una sorta di impronunciabile tabù nei settori moderati del paese.
Dal canto loro le donne impegnate a inserirsi a pieno titolo nella vita del paese specialmente dopo la conquista del voto, non si sottrassero al clima delle nette contrapposizioni ideologiche, col risultato che la questione della pace, monopolizzata da una sola parte politica, alimentò le spaccature anche nell’associazionismo femminile e lasciò organizzazioni come quella di Remiddi, che cercavano nonostante tutto di mantenere aperto il dialogo, in un penoso isolamento, strette tra l’accusa di criptocomunismo da una parte e i tentativi di assorbimento dall’altra. Solo con l’affacciarsi di una nuova stagione politica e i primi timidi segnali della distensione internazionale si sarebbero create le condizioni per l’auspicata collaborazione fra le forze femminili. Ma tutto ciò partì dalle battaglie per la parità, assai prima di quelle per la pace.
L’azione dell’Aimu tuttavia non andò persa ma fu portata avanti dalle sue protagoniste a livello personale, in forme più adeguate ai tempi e meno legate alla stretta contingenza politica. Quella prima esperienza inoltre testimoniò di un nobile tentativo svolto controcorrente, in taluni casi persino anticipatore di posizioni e iniziative che si sarebbero sviluppate in anni seguenti, specialmente nel campo educativo. Nella convinzione che per essere cittadine a pieno titolo la concessione del voto, ottenuta nel 1945, rappresentasse più un punto di partenza che di arrivo grande impegno fu speso dall’associazione per la formazione e l’informazione delle donne. Tale lavoro fu condotto attraverso lo studio, le conferenze, la creazione di una biblioteca di base, l’avvio di corrispondenze con donne di altri paesi, soprattutto per aiutare tante maestre ad uscire dai propri ristretti orizzonti provinciali, abituandole al dialogo e alla comprensione. L’impegno per portare anche in campo femminile una maggiore conoscenza della realtà mondiale, la capacità di formulare giudizi autonomi in ogni campo, l’informazione aggiornata sull’attività delle organizzazioni  internazionali, fu particolarmente apprezzabile se si tiene conto che al sostanziale disinteresse della stampa su questi temi a favore della politica interna, si dovevano aggiungere gli anni di isolamento in cui il fascismo aveva tenuto l’Italia e la tradizionale estraneità delle donne verso le questioni internazionali e la stessa politica estera, tematiche a lungo considerate di dominio prettamente maschile.
Altrettanta importanza va riconosciuta all’organizzazione di incontri e poi di corsi di aggiornamento e di educazione alla pace per gli insegnanti elementari, allo scopo di favorire la diffusione di uno spirito democratico e antibellicista in chi aveva responsabilità educative e apparteneva ad un ambiente che appariva in quegli anni ancora profondamente permeato di retorica tradizionalista. Centrale fu poi il sostegno all’educazione alla pace dei giovani, svolto attraverso varie iniziative, tra cui la promozione di una letteratura infantile pacifista, particolarmente carente in Italia, condotta sia attraverso la creazione di racconti ad hoc, come quelli scritti da Remiddi stessa, la cui vocazione letteraria non venne mai meno, sia favorendo la traduzione e diffusione di opere straniere.
È difficile pensare che all’epoca si potesse fare di più. Ai limiti dell’associazione, ricca di motivazioni ideali, ma carente quanto a elaborazione concettuale, disponibilità di mezzi, possibilità organizzative, si accompagnarono come si è detto le difficoltà del momento storico. Ci fu anche un errore di prospettiva che accomunò un po’ tutti i movimenti per la pace dell’immediato dopoguerra: l’aver interpretato il diffuso ma generico desiderio di pace della popolazione con una disponibilità ad un attivo impegno in tal senso.  Non si può dimenticare infatti che i primi anni del dopoguerra furono segnati dal timore per il possibile riaccendersi di una nuova guerra calda, il cui principale teatro sembrava essere ancora l’Europa. Fu questo un sentimento particolarmente forte nell’opinione pubblica italiana, come rivelò un’inchiesta condotta nel 1947 in vari paesi europei. L’Italia, collocata nel campo occidentale, ma con la presenza del più forte partito comunista del mondo capitalistico, si sentiva terra di confine tra due mondi ormai profondamente divisi e i suoi confini orientali rappresentavano non solo una ferita ancora aperta, ma anche un’incognita per il futuro. La paura condizionava dunque i naturali sentimenti pacifici della popolazione e la orientava soprattutto verso una richiesta di sicurezza ai governanti, attraverso il rafforzamento della difesa e l’adozione di una politica “energica”.
Se questi furono i limiti oggettivi in cui l’Aimu e le altre associazioni per la pace si trovarono ad operare, ne segnano però in fondo anche i meriti. Pure in mezzo alle difficoltà l’associazione, sotto la guida della sua fondatrice, partecipò infatti di quel clima positivo, di quella voglia di libertà, di partecipazione e di rinnovamento che toccò in modo particolare le donne e che ha reso l’immediato dopoguerra una stagione in qualche modo unica. Ma anche negli anni successivi non venne mai meno la fiducia nel valore della ragione e del diritto e nella possibilità di educare l’uomo ad un comportamento pacifico fin dalla prima infanzia. Questo è stato il lascito più ricco dell’Aimu per le generazioni future.

 

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Roma, fine anno '40. Fondazione Besso, Maria Remiddi siede alla destra della Presidente Lia Lumbroso Besso

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Roma, 1952. Maria Remiddi prepara una mostra di autoritratti di bambini alla Fondazione Besso

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Maria Remiddi nel 1990

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La famiglia Bajocco Remiddi nel 1945 alla fine della guerra