n. 2 - Anno 2006
  

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MUTAZIONE CELESTE
(Encomio del soffio vivo della Sibilla)

«Seguire, in un pomeriggio d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sopra colui che si riposa – ciò significa respirare l’aura di quelle montagne, di quel ramo.»
Walter Benjamin
Vaghezza prima
Abbandonata ai bordi di un tratturo
la pelle di un serpente irrequieto
sinuosa e sottile come carta di Cina
ondeggia con sovrana nonchalance,
come se fosse soffiata via dal mondo
e aspirata da equivoche labbra remote…
Anch’io, come una biscia argentata
smarrita nel miasma civile,
ho la mia tenue spoglia squamosa.
Tu non ci sei, o Sibilla,
ma chi, se non tu, con delicati sospiri,
me la sta furtivamente togliendo?
Chi, se non tu, converte la mia esistenza desueta
nello slancio formato di una vita souffleé?
Dovunque guardi, è impossibile
scorgere coste prive di soffio
non sollevate da ciò
per cui il respiro stesso può respirare.
Come petti blandamente ansanti,
i centomila profili delle balze
risalgono e ridiscendono nella sfibrante alternanza
di segni rubati e trasognate vastità.
Davvero non credo ai miei occhi.
Non lievita ogni tratteggio in vettori sorgivi?
Non stormisce in panneggi di fanciulle
in corsa ad Eleusi?
Una fievole fronda si autofuma.
Il tempo stesso si protende nell’aria
come un implume sgusciante tra le stoppie.
Seguo il li2.
Mi effondo nell’attrito che crea con l’etere
la foglia dell’acero in autunno.
Inalo il tremolio della Forma
entrando nel limbo (dove “limbo”
è la parte separata, slogata ed esposta ai venti
di un sepalo di fiore…)
Oh Cézanne!
se avessi la tua arte di vedere le cime
avvolgendole con la tua stessa carne
e di mostrare le réglement sans règle
per cui avvallamenti e alture hanno in comune
la ròrida memoria delle rugiade mattutine,
andrei alla radice del tuo segreto marchingegno
che fa recedere e sfumare ogni sembianza
verso il ventaglio di Castelmanardo.
Lassù, tra le stecche di madreperla dei canaloni innevati,
il pennello del meriggio
ti dipinge sulla tela delle pasture.
Grinze sonore e dilettose
si allungano davanti a te
come pigri animali inerti…
E un misterioso languore
come di “uom che sonnolento vana”
si travasa di cresta in cresta
finché dal connubio tra le piume dei cirri
e il fruscio dell’amplissimo loco
si accende una visione biancazzurra del ritmo
che zampilla su tutte le prospettive.
Barlumi e ombre, rarefazioni e frissons
deiscenze aurorali e sensi
che, fluttuando sotto i sensi,
toccano il cuscinetto inoperoso
appena sotto l’involucro del paesaggio…
Qualcuno piega la mezzaluna albale verso la mia fronte…
Invece di essere io a “darmi arie”,
è l’alito cangiante di quel ventaglio
che si dà a me
come scoprente velame di un volto cesio
che sa sorridere perfino
del suo stesso sorriso.
Anche di me tu ridi, cara confidente!
Ma devi credermi, mia obliqua mania, mia tender land,
mia fenice che danzi con flocculi e filamenti
sulle sommità degli acrocori:
nessun altro paese è così dolce,
nessuno così persuasivo.
Lampada di Aladino per le più tristi infanzie,
culla di fiabe, d’estasi, di giochi,
le montagne che vidi erano scure,
agghiaccianti e severe
come le matematiche di Lautréamont,
ma tu –
tu,
Dea delle beate solitudini,
Giovane Parca che distilli
impercettibili manne di sortilegi
o tu, grande altipiano amoroso, traboccante di dolcezza
come un vaso di essenze dell’Arabia Petrèa,
tu vinci il più bel Cantico dei Cantici
con il liquore dei tuoi silenzi.
Il tuo sole è come un fico di settembre
che pende dalla volta celeste,
la tua luna è uno spicchio di melagrana,
la tua neve frullato di latte
le tue stelle canditi di luce.
I tuoi lombi accoccolati
mi illudono/disilludendomi
con il profumo che sboccia
dalle nude percezioni possibili.
Hai negli occhi gli ornati
che l’onda scrive sulle sabbie fini
e come le mammelle irrorano il latte
i tuoi rotondi avamposti “esprimono” il mare.
Regina viarum, maestra di flessure,
hai fatto delle profondità del pelago una via.
Hai trasformato Pontos, dio del flutto,
in Poros dai mille cammini.
I flussi sottomarini sono diventati le tue strade,
le tue passeggiate/barcarole
che si dipanano come correnti
con una sola mèta senza mèta:
quella di andare a sgorgare in altre correnti,
scherzando e fraseggiando
con mille argute deviazioni
tra i clivi ameni del Pianile.
Non sei tutta
(la Sibylle n’est pas toute).
La murata “andina” dell’Efre
mi preclude con tenacia la tua interezza.
Vedo solo i tuoi sci
che en grand’alegransa
aprono la pista ai melismi di grazia iconica
e ai tintinnanti chiarori
che slittano dalle scale di vetro della notte.
Vedo solo le tue mani
che incantano la follia del mare
rendendola trasparente nel cielo
e drizzano il timone dei venti
aprendo buchi nei dirupi e finestre nel verde
scavando cunicoli di tarlo verso spazi ulteriori.
Crivellato dai tuoi zèfiri
che s’infilano nei fori dei più erti pendii
e inducono un ironico sospetto
nei miei vieti, massicci saperi,
sono ormai porta fenestella
poro della pelle, via d’accesso,
istmo per belle navi.
Dente di sega messo in dissolvenza
scavezzato e svasato
fino al midollo del midollo,
ridotto a bindu, puntino, goccia
germe, seme, sperma e grumo primordiale,
vengo sospinto a visitare i luoghi singolari
les allées verdi tra istinto e stile,
dove i tuoi aloni di vapore e le tue stole di nebbia
uniscono i carichi sensibili
alle arpe aquilonari soprasensibili
con svolazzi glaucescenti altamente elusivi.
“E’ come se ci fossero-come se non ci fossero,
sia l’alto, sia il basso”…
Per un attimo mi smarrisco…
Ki ki li Chib Chib Ki ki li…
Ma anche se il filo dell’esperienza è perduto
spuntano sassolini di significato
tra i rari bioccoli di cardo.
Lo scarto si scarta
e mi vengono incontro a ritroso
quasi sognando in punta dei piedi:
il sublime senza durezza
del Colle delle Bassete;
il felceto di Rio Sacro
dove gruppi di strumenti sordini
ridono di nascosto tra i faggi;
la Costa della Pintura bagnata da una morbida luna
che cresce e decresce lievemente
come un infante che respira nel grembo;
le pagliuzze, i coriandoli, le frange dell’effervescenza
della Cascata dell’Acquasanta
con i suoi danzanti fotoni
evaporati dal “buco nero” del canyon
in un discanto di sommessi ciaramellii
che traducono in faville di tirso
lo scintillante inizio di ogni effigie.
Bengala appesi ad un paracadute.
Giravolte di razzi a più scappate.
«Così l’immagin tua, che fuor m’immolla
dentro per gli occhi cresce, ond’io m’allargo.»

Vaghezza seconda
 
E’ successo.
Dopo anni di attesa ignara,
seduto sullo stesso tronco
davanti alla stessa parete,
alla fine,
tra mezzogiorno e mezzanotte,
è successo.
Un rombo di tuono.
Una lacerazione dello spazio/tempo,
come se il fremito del bronzo
si fosse propagato con un tonfo sordo
oltre la parete della mia fronte…
Il vaso è scoppiato.
Ora è al di là del muro.
Sono nel mondo
come mondo nel mondo.
Sono sospeso
alla stessa sospensione.
L’universo si apre da tutte le parti.
I bastioni si librano come ali:
ali di trine, ali reticolate,
ali frangiate, colorate e stampigliate,
ali prismatiche, scanalate
e quasi interamente trasparenti…
O grande archímaga nevosa,
che sollevi le palpebre di nebbia
come un dormiente all’ora del risveglio!
Comprendo appena ciò che faccio.
Ricordo appena ciò che dico.
Un passato polveroso
ha spezzato le mie vertebre
e mi ha confitto nei reni
le frecce del suo turcasso.
Come un lombrico arrabbiato
salgo dal fango terrestre
con membra frolle, caliginose ed unte
ed ecco – dagli splendori antelucani,
dagli scarabei di smeraldo,
dalle colonne vibranti dei tronchi felici –
scendi con le tue acque sinfoniali
sopra il bruciore delle ferite,
togli con pinze di brezza
i chiodi antichi delle parole
e sul corpo straziato dagli inganni sciogli le fiale degli elisir…
Niente più rigidezza al collo, alle spalle, alle reni,
alle mani, alle ginocchia, alle caviglie.
Il sangue scorre bene, Gli sci altrettanto.
Il busto è elastico, contrattile, luccicante di linfa.
Il leggero brusio che fa la neve
quando si scioglie nei campi,
allestendo una scenografia del suspens
che innalza di più toni il reale,
mi rende tendini e carne
come a un risorto di Luca Signorelli.
Et levia moventur sursum…
Simile a un furfante dalle scarpe di feltro
passo con un bisbiglio tra i dossi crestati di spume
passo con un bisbiglio tra i batuffoli di lane d’agnello
passo con un bisbiglio tra le gassose varietà di eventi
offrendo alla tramontana sette vele ben gonfie.
E ora, in folle torsione,
apri la bocca a me, Tu/Io!
Io non avrei lingua senza il tuo palato.
Tu non avresti ciglia senza il mio globo:
è come se guardassi il quadro di te stessa
dentro la mia pupilla…
I tuoi magnetici fogliami si accarezzano in me
come io mi depenso nelle tue fitte pendici,
nelle tue naviformi dorsali, nelle tue prore salpanti
per inopinate venture
tra i continenti della tenerezza.
E mentre soffio su di te spandendo sulle tue distese celesti
appannature cangianti come quelle causate dall’alito sopra uno specchio,
tu spiri su di me sparpagliando il mio conciliabolo di ubbíe
in bagliori di lame volanti
pari a quelli dei banchi di pesci guizzanti tra le madrepore.
Scollandoci
ci incolliamo in baci di colombe.
Labris colombatur. (E’ un caso che ti chiami Venusberg?)
Non sono io a baciare te né tu a baciare me
ma siamo entrambi attraversati
dalla forma anonima del bacio
come i loti che aprono le corolle
sono irrigati dalla voluttà solare.
E’ la svagata pulsazione
del cogliere/lasciando e del separare/aderendo
che lambisce le nostre menti
con lo stesso humour foliatile e fresco
che circola tra i ramaggi del sorbo.
Ma baciare è come parlare bocca a bocca
mezze frasi mezze parole
(“e la lingua a giornata m’è legiera”…)
parlottii dai margini vacillanti
timide parodie di un verbo clandestino
che annuncia bellezze superiori
a quelle dei pleniluni d’estate.
Pft! Niente di più che un attimo
e l’al di là interdetto dall’Efre
ricade lentamente goccia a goccia
attraverso le storte serpeggianti
i tortili alambicchi, le contorte cucurbite
del nostro co-nascere all’Eros.
Chi confida nel proprio cuore
è un insensato,
ma chi confida nel tuo perflatum
non sarà mai deluso.
Sempre convertirai le “riposanti” bufere
in musicali mosaici d’aria.
Sempre olierai con giochi di parole
la leva della trascendenza.
Sempre ci insufferai quell’émpito
che si svincola dalle fasce
rompe i gusci sotterranei, demolisce i tramezzi di cera
e fa germinare nel dispiegamento dei petali
la rosa della catastrofe.
E sarà sempre il tempo della muta.
Sul Pian Perduto o sopra Vallecanto
i cavalli dalle code ondulate
si sbarazzano del pelo superfluo
sfregando cicatrici di baldanze
contro alberi e pali.
Con magistrale scioltezza
il chiaro torrente del gregge
dipana tra ortiche e sambuco
selvaggi serpenti lanosi.
Con perfetto dominio di se stessi,
i boschi vanno a morire sui prati
come il mare sulla spiaggia.
Non dura a lungo la loro morte.
Da quel silenzio arcuato
rinascono coppe di verdi pigne
e le farfalle prodigiose
depongono doni sulle porte di casa.
Sono i dolci regali della sera.
Il vento cala. Il mondo si è fermato.
Il falciatore che falciava nella valle
si è seduto sul tappeto di fieno.
L’arciere che prendeva la mira
ha gettato via l’arco.
Il musico che cercava un accordo
ha abbandonato lo strumento.
Multum repleta est anima nostra!
Molto ripiena di fragranze arcane,
orti conchiusi, calici dischiusi,
e risa e odori e palpiti e notti senza stelle…
Levità! Levità! Levità!
E’ giunta l’ora
di portare a pascolare i pensieri,
di allentare la presa del Senso
e di far dialogare i massimi silenzi
tra corpo e luogo
tra l’azione che si ritrae e la polpa radiosa dei colli.
Quando il soffio germinale si attutisce
in fluenti pulviscoli d’oro
e il monte sembra mancare di base,
divento un’OMBRA leggera ed esule,
curva in avanti come antica Idea,
un’ombra passata per diecimila strati e sinclinali,
una silhouette che, anche sbagliando strada,
- al pari del vecchio bizzarro
sprofondato nelle cave e deriso dai nativi di Aix –
scivola via guidata dall’istinto
come un salmone che guizza là
nell’arcano viluppo dei boschi,
nel letto dorato del fiume, tra garofano e muschio,
cardo e lampone,
dove il falco disbrama la sua perenne sete.
 
Così sparisco nell’alto.
E agli uomini dei Sibillini,
che restano a guardare le nubi,
le pernici, disponendosi in cerchio
per l’imminente riunione di sonno,
sembrano dire:
«Che guardate? È salito!»
 
Paolo Ramaccioni.
 

1 - L’autore del presente encomio crede fermamente che la specificità dei Monti Sibillini sia quella di essere più “auratici” di tante altre montagne e che un’eventuale esperienza estetica maturata al loro cospetto si distingua fortemente da quelle che si possono vivere altrove. D’altra parte, questo è il segno caratteristico dell’ “aura”: «un alito inconfondibile, un profumo che fa trasalire, un’immagine che non cade nell’oblio sono i «segni» che trasformano una percezione sensoriale nell’esperienza di un qualcosa di unico ed irripetibile, indissolubilmente legato al luogo che ne è stato muto testimone. Questi «segni» certificano l’originalità e l’autenticità di un’esperienza, di una situazione» (F. Desideri). Perché autentica un’esperienza lo è solo quando dura nell’irripetibilità del suo continuo rinnovarsi. Il soffio e lo stile sono due modi di parlare della stessa cosa. E pochi cieli e contorni di montagne sono così “nimbés de pregnance”, pochi conoscono, come quelli dei Sibillini (e soprattutto di Bolognola, che per i Sibillini funge da “porta senza porta” dello Zen), lo “stile” di un mutamento pneumatico e oscillante grazie al quale si rafforzano le condizioni di possibilità di una rigenerazione dell’esperienza estesica in via di disgregazione. Lassù «come l’aria scorre nel battito impercettibile della libellula, nella pulsazione ebbra e inestinguibile della physis, così l’avventura ti diventa, la sera, un giovane corpo d’aria con i suoi bisbigli d’uccelli e le sue cadenze di luce» (Salins).

2 - Li-xiang (pensiero del li): principio interno dinamizzante e strutturante da cui scaturisce il processo delle cose.

3 - Grafi della teoria delle catastrofi che modellizzano le transizioni di fase dallo stato solido allo stato liquido e da quest’ultimo allo stato gassoso


"S'increspa lo spazio/come un gran bacio, impazzitodi nascere per nessuno", da S. Mallarmè, Autres poemes, tr. ital. Milano 1966
 

"Quel giorno (dies illa), ma non dell'ira"
 

"...dell'ineffabile la geometria sottile", da M. Machado, Estilo, tr. ital. Milano 1985
 

"E se vedo quell'acqua detta "santa" penso che fosse nulla Mongibello o Etna, quando al cile la fiamma mette"
 

"Vedeasi l'ombra piena di Letizia nel folgòr chiaro che di lei uscia"
Dante, Paradiso, V, 107-108

 

 

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