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Un grande maceratese che
andò lontano:
Giuseppe Tucci,
le Marche e
l’Oriente
di Enrica Garzilli
Questo
scrisse lo scienziato ed esploratore Giuseppe Tucci dei
suoi viaggi in Asia e del suo amore per il viaggio, per
l’esperienza del lontano: lontano dalla banalità e dalla
superficialità dei rapporti quotidiani e di massa. E
lontano ci andò davvero perché fu lo studioso di
discipline orientali più completo che l’Italia abbia mai
avuto e uno dei massimi tibetanologi a livello
internazionale, fu uno dei primi scienziati al mondo che
esplorò delle regioni quasi inesplorate in Tibet e in
Nepal, fu antropologo, fu archeologo e fu, anche, un
ottimo divulgatore della cultura asiatica - antica e
contemporanea - e un giornalista.
Tucci, il
solo orientalista italiano leggendario in tutta l’Asia,
ha fatto conoscere meglio al mondo le più grandi
religioni asiatiche e, con le sue edizioni critiche e le
traduzioni originali di preziosi testi in sanscrito e in
tibetano, ha aperto la conoscenza moderna del Sud
dell’Asia agli studiosi. Con le sue leggendarie missioni
scientifiche in Tibet, in Nepal, in Ladhak e in Bhutan
ha aperto la strada di questi paesi ai geografi e ai
moderni viaggiatori.
La sua opera
di scoperta, recupero e salvataggio di rari manoscritti,
che sono ora conservati in Italia nel Fondo Tucci della
Biblioteca Orientale dell’IsIAO (ex-IsMEO) a Roma, al
sicuro dalla persistente e inevitabile distruzione
operata dal clima asiatico, dai vermi e dai ratti - come
viene specificato nelle descrizioni dei microfilm che
riproducono i manoscritti - e dalla ancora più
perniciosa distruzione ad opera dell’uomo, dovuta sia
alla Rivoluzione culturale quando la Cina si è annessa
il Tibet che all’incuria degli ignoranti e alla
cupidigia dei mercanti - e le sue esplorazioni nei
territori allora quasi inaccessibili della regione
himalayana, hanno segnato il definitivo ingresso del
patrimonio culturale e ambientale di quei paesi nei
grandi percorsi della storia dell’umanità e non solo
degli addetti ai lavori. Inoltre, seguendo la scia del
suo maestro Formichi, svecchiò il metodo di studio delle
lingue orientali con una comprensione di prima mano,
fatta sul campo, della cultura che quelle lingue
esprimono, arricchendo il patrimonio di conoscenze
dell’umanità.
Tucci nacque
a Macerata il 5 giugno 1894. Il papà Oscar e la mamma
Ermenegilda Firmani erano emigrati nelle Marche dalle
Puglie. Un filo indissolubile, che va ben oltre il luogo
di nascita, lega Tucci alle Marche. Forse fu la
vicinanza della città e della terra d’origine col mare,
che allontana tanto quanto unisce ed avvicina popoli e
nazioni diversi e lontanissimi fra loro o, forse,
l’appartenenza ad una regione che dette i natali a tanti
scopritori e grandi viaggiatori verso l’Est, fatto sta
che Tucci si manifestò subito come un enfant prodige ben
presto rivolto all’Oriente e, secondo il suo stesso
racconto, a dodici anni già conosceva il sanscrito,
l’ebraico e l’iranico.
Macerata fu
resa famosa dalla famiglia Ricci con Padre Matteo
(1552-1610), il celebre missionario gesuita che mise in
contatto la più antica civiltà cinese con quella
europea, scrisse pregevoli trattati di astronomia e di
geografia e morì in Cina. La sua tomba a Pechino fu
distrutta e ricostruita ben tre volte in epoche diverse
(l'ultima una decina di anni fa, dopo la Rivoluzione
Culturale) e il suo nome figura tra i pochi stranieri
nell'enciclopedia nazionale cinese. Sempre nelle Marche,
la città di Pennabilli diede i natali a Padre Francesco
Orazio della Penna (1680-1745), il missionario
cappuccino che giunse a Lhasa il 1° ottobre 1716,
insieme a Padre Domenico da Fano, Prefetto della
missione evangelica in Tibet. E non furono i primi.
Infatti, altri padri cappuccini della provincia della
Marca erano partiti per Lhasa, per l’iniziativa del
Padre francese Francesco Maria da Tours che, rientrato
dalle missioni indiane, aveva proposto ai superiori del
suo ordine e, tramite loro, alla Sacra Congregazione de
Propaganda Fide lo stabilimento di una missione in
Tibet, dove aveva sentito parlare della sopravvivenza di
un’antica comunità cristiana. Così un gruppo di
cappuccini marchigiani partì per l’India scegliendo la
via di terra. Il gruppo di frati fu letteralmente
decimato dalle durissime condizioni di viaggio: alcuni
dovettero rinunciare a proseguire, altri morirono per
strada. Ma il 12 giugno 1707 i Padri Giuseppe da Ascoli
e Franco Maria da Tours entrarono a Lhasa, che dovettero
lasciare alla fine del 1711: furono richiamati a
Chandernagor, in Bengala occidentale, dal Vice Prefetto,
che non voleva farli morire di stenti tra le nevi. Le
Marche non diedero mai i natali ad una schiatta famosa
per la conquista di mari o di terre ma ai molti Padri -
Cassiano da Macerata, Carlo da Castorano, Vito da
Recanati, Costantino da Loro, Cassiano Beligatti e tanti
altri - che partirono per paesi allora ignoti ai più,
per terre dai confini incerti, rappresentate con disegni
di fantasia anche sulle mappe dei grandi mercanti
olandesi del 17° secolo.
Gli
evangelizzatori e i viaggiatori marchigiani portarono ad
est la religione cattolica e, talvolta, curarono con la
medicina occidentale; riportarono dalle genti d’Asia
molto più che religioni, oro e spezie: ci fecero
conoscere lingue nuove dai caratteri bizzarri e i forti
suoni aspirati, gutturali e dentali; ci raccontarono del
matrimonio sfarzoso a Lhasa fra una principessa cinese e
un re tibetano - un matrimonio interrazziale impensabile
a quei tempi - di monasteri inaccessibili con grandi
Buddha dal volto d’oro affumicato dai mille incensi, di
statue giganti di quasi 60 metri e Bodhisattva in pietra
che dormono stesi, col sorriso beato e indefinibile
dell’Illuminato. Gli umili Padri marchigiani
ridisegnarono la mappa del cielo con nuove e più
sofisticate conoscenze matematiche e astrologiche; ci
informarono, come scrisse P. Matteo Ricci, di “certi
saraceni dalle parti di ponente, che sapevano delle cose
di Europa, India e Persia” e che visitarono, come lui,
la corte di Pechino, e raccontò dei molti maomettani da
lui incontrati in Cina che “in quasi tutte le provincie
stanno con molte sumptuose meschite, dove recitano, si
circoncidono, e fanno le loro cerimonie.”
Nonostante
che molti suoi illustri compatrioti avessero rivolto le
prime attenzioni all’Asia e nonostante la sua precoce
conoscenza di lingue difficili e astruse, Tucci compì i
primi studi sul mondo romano e le Marche. Nel 1911
pubblicò il suo primo lavoro, un articolo di poche
pagine su iscrizioni latine recentemente trovate
nell’agro maceratese, nelle prestigiose Mitteilungen
dell’Istituto Archeologico Germanico: aveva diciassette
anni. L’anno dopo pubblicò le “Ricerche sul nome
personale romano nel Piceno” in Atti e Memorie della
Regia Deputazione di Storia Patria per le Marche. Sin da
quell’età, un’età che di solito è di passaggio, di
scoperta di sé, di sogni, una transizione che segna il
crepuscolo del bambino e la nascita acerba dell’uomo, il
profilo e la personalità di Tucci appaiono invece
perfettamente delineati: si profila già lo studioso.
Nei suoi
primi scritti sembra di cogliere il suo amore per le
Marche, anche se sempre si dichiarò - e di fatto fu -
slegato da qualsiasi terra e dalle sue stesse origini:
tutta la vita cercò di superarle e trascenderle. Eppure,
al crepuscolo della sua vita, dopo aver vissuto perlopiù
in Oriente dal 1925 fino ad allora, il 14 marzo 1959, in
un discorso tenuto nella Loggia dei Mercanti ad Ancona,
Tucci finalmente dichiarò il suo amore per le Marche, il
suo cielo – puro e quasi tralucente - e i suoi colli -
i più dolci, forse, d’Italia - e disse di tornare spesso
a Macerata e alla sua terra per nutrirsi ancora della
sua aria vitale:
“Ecco perché
– lasciatemi finire con un voto – io vorrei che da
questa mia terra, alla quale sempre ritorno per nutrirmi
ancora della sua aria vitale, per scoprire nel suo seno
generoso nuove bellezze, per accarezzare ancora con gli
occhi la dolcezza dei suoi poggi e sognare sotto il suo
cielo, uscisse qualchedun altro che continuasse una
tradizione di cui dobbiamo essere fieri”.
E il 29
giugno 1961, in un discorso tenuto ancora nella stessa
città marchigiana:
“Non sono
persona facile agli abbandoni sentimentali, anche se
nostalgie inevitabili mi fanno pensare, quando sto
lontano, a questo nostro cielo ed a questi nostri colli;
c’è un motivo più profondo e, per un uomo di scienza,
più valido e giustificabile: voglio dire che e c’è un
paese nel quale una sezione dell’IsMEO doveva sorgere,
erano proprio le Marche. Noi marchigiani abbiamo da
natura uno spirito curioso ed errabondo; e specialmente
ci attrasse l’Oriente, a cui il mare ci invita”.
Tucci da
ragazzo aveva dovuto lasciare la sua città natale per
accedere ai corsi della R. Università di Roma, dove ebbe
per maestro un altro grande orientalista, napoletano,
Carlo Formichi (1871-1943), che ben presto divenne il
portavoce dell’Italia e “latore del messaggio di
Mussolini” all’estero, come lui stesso si definì. Tucci
nel frattempo aveva già ampliato le sue conoscenze: nel
1913 e ’14 infatti, alla vigilia del primo conflitto
mondiale, pubblicava sull’antropologia e sulla
preistoria asiatica, sui riti e i costumi degli antichi
persiani. Questo giovane studioso, appena ventenne, si
affacciò a pieno diritto sulla scena dell’orientalismo
italiano come iranista e sanscritista. Pubblicò le
“Osservazioni su Fargard II del Vendidad” e una “Nota
sul rito di seppellimento degli antichi persiani”. Negli
stessi anni ebbe inizio per lui un amore che non
abbandonò mai durante la sua lunga vita: l’opera di
Lao-tzu e la filosofia cinese. Su “Il Tao e il Wu-wei di
Lao-tzu” pubblicò anche, sempre in quegli anni, un breve
saggio, oltre alle “Note sull’Asia Preistorica” nella
Rivista di Antropologia.
Se l’amore
per il Taoismo e Lao-tzu, Confucio e la lingua e la
letteratura cinese non lo abbandonò mai, egli vi si
dedicò in maniera privilegiata e quasi unica fino al
1922. La sua profonda conoscenza della lingua e la
cultura di quel popolo gli servì anche per i suoi famosi
studi comparativi e le traduzioni dal sanscrito e dal
tibetano, che portò avanti fino agli anni ’50.
Confrontava infatti le versioni tibetane e cinesi dei
manoscritti per emendare o integrare il testo sanscrito
delle opere, andato perso o distrutto in originale.
Nel 1916-’18
partecipò alla Prima Guerra Mondiale e fu congedato come
tenente di complemento. Mentre era soldato scrisse la
sua prima lettera a Giovanni Gentile (1875-1944),
conosciuto tramite Formichi. Cominciò col filosofo un
rapporto di collaborazione e, per così dire, di
amicizia, che durò fino all’uccisione di Gentile, che
valse a Tucci il sostegno per le missioni in India,
Tibet, Nepal e gli staterelli della catena dell’Himalaya
e, nel 1933, la possibilità di fondare l’Istituto per il
Medio e Estremo Oriente (IsMEO).
Il campo di
studi prediletto di Tucci furono i testi buddhisti che,
nei primi secoli dopo Cristo, vennero tradotti
dall’originale sanscrito al tibetano e furono portati in
Tibet e, da lì, in Cina e poi in Giappone e nel sud-est
asiatico da monaci itineranti e sapienti che volevano
diffondere la Buona Legge, il Dharma del Buddha. Ed egli
divenne buddhista perché, come disse,
Ho trovato
il buddhismo molto più semplice. E’ solo una dottrina
etica. Tutto è basato sulla sincerità e tu sei
completamente libero.
Grazie alle
sue enormi conoscenze orientaliste e ai 58 fra
traduzioni, saggi e recensioni scientifiche che aveva
già pubblicato nel 1925, Tucci, che era segretario della
Biblioteca della camera dei Deputati, fu incaricato come
docente all’Universtà di Roma e poi venne comandato dal
Ministero della Pubblica Istruzione a Shantiniketan, la
famosa “Dimora della pace” fondata e finanziata dal
Premio Nobel bengalese Rabindranath Tagore (1861-1941).
Sulla sua terra fioriva Vqishva-bharati, la scuola della
cultura universale basata su modello tradizionale
induista, dove il meglio della cultura indiana si
incontrava col meglio della cultura internazionale.
Tucci era stato mandato a chiamare da Formichi, che
insegnava sanscrito; lì insegnò lingua e cultura
italiana.
A
Shantiniketan si distinse per la sue enormi conoscenze,
che ampliò con le discussioni in sanscrito coi pandit
locali e con lo studio del Bengali e dell’Hindi e con
l’immersione dotta ma empatica nella cultura del luogo,
tanto che Tagore disse di lui a Formichi:
ÅgA questo
proposito debbo menzionare il nome del vostro già
discepolo Dott. Tucci, che sta ancora con noi e per il
prestito dei cui servizi io non posso abbastanza
ringraziare il vostro Governo. Egli ha studiato con una
stupefacente comprensione, insieme alla massima parte
degli altri fenomeni dell’antica cultura indiana, il più
grande periodo della storia dell’India; ha seguito la
trionfale carriera del Buddhismo in remote regioni,
sulla scorta di indicazioni presso che cancellate nei
ruderi antichi sepolti nella sabbia, fra documenti di
una storia sbalordita che ha perduto la memoria della
sua propria lingua. Meglio di chicchessia egli può
ricordare ai moderni figli dell’India quella che è stata
l’autorivelazione più gloriosa negli annali dei loro
antenati. Intendo parlare dell’ideale di simpatia
universale tradotto in atto...”
Lasciato
Shantiniketan, Tucci risiedette fra Kolkata, Dakka e le
regioni del nord, specie il Kashmir, fino agli inizi del
1931. Ma lui, come ebbe a dire un altro grande della
cultura del tempo, lo storico delle religioni Mircea
Eliade nel ricordo che ne fece pochi mesi dopo la sua
morte, era “un prodigioso viaggiatore ed un infaticabile
esploratore”. E’ intorno al 1928 la sua prima puntata
esplorativa in Tibet, anticipazione delle vere e proprie
missioni scientifiche seguenti. Ne compì almeno otto nel
Paese delle Nevi e sei in Nepal, tappa obbligata per chi
volesse raggiungerlo. Tucci portava con sé un medico e
un fotografo – che, nelle spedizioni in Tibet del 1937 e
del 1948, fu l’allora giovanissimo e bellissimo, futuro
professore e scrittore Fosco Maraini (1912-2004) - un
cuoco, i portatori, i servi, una guida e un lama - un
monaco tibetano che contrattava con gli abati dei
conventi l’acquisto di manoscritti e opere d’arte e
interpretava e spiegava a Tucci il complesso simbolismo
e la composita religiosità del buddhismo tibetano.
Talvolta, nelle spedizioni lo seguiva sua moglie. Erano
viaggi “comodi”, ben equipaggiati, in paesi dalle strade
che – quando esistevano – erano mulattiere, dai popoli
ospitali ma dalle lingue locali, le usanze e il cibo
inevitabilmente strani e stranieri, con una carovana di
60-70 persone e decine di animali come muli, cavalli,
polli e gli amati cani, l’armamentario per le riprese
cinematografiche e le foto, le casse di viveri come
pasta, olio extra-vergine _ “fonte indispensabile di
vitamine”, come disse Tucci _ pomodori in scatola,
parmigiano e, infine, le casse di armi, carabine per
l’esattezza, perché, come scrisse nei libri divulgativi
sul Tibet, questa era una terra di santi ma anche di
briganti, che infestavano e razziavano specialmente le
carovane: e di pistole ne erano forniti anche loro.
Di queste
spedizioni ne sono memoria non solo i dotti libri come i
quattro volumi di Indo-Tibetica (1932-1941), ma i famosi
due volumi Tibetan Painted Scrolls (1949) sulle pitture
buddhiste su rotolo, o tangka, che con le loro 798
pagine e le 256 tavole a colori rimangono tuttora
un’opera indispensabile per lo studio della cultura
tibetana e una preziosa testimonianza dell’iconografia
religiosa del Buddhismo tibetano, in gran parte persa,
dispersa o trafugata.
Tucci
scrisse anche dei diari di viaggio che, sebbene di
lettura assai gradevole, sono libri divulgativi di tono
molto alto. Voglio citarne solo qualcuno dei più noti:
Santi e briganti nel Tibet ignoto (1937) e A Lhasa e
oltre (1950), sul Tibet, e Tra giungle e pagode (1953),
e Nepal: alla scoperta dei Malla (1960) sul Nepal.
Scrisse anche degli articoli, a tutto il 1953 contava al
suo attivo ben 227 pubblicazioni; uno di questi è
proprio su Matteo Ricci, pubblicato negli Annali della
R. Università di Macerata nel 1941.
Nel
frattempo, tornato dall’India era diventato professore
di Cinese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli
e poi, grazie a Gentile, ordinario di Filosofie e
Religioni dell’India all’Università “La Sapienza” di
Roma.
Nel 1933
Tucci fondò insieme a Gentile l’IsMEO, ente morale di
cui divennero rispettivamente il Vice-presidente e
Direttore dei corsi di lingua, cultura ed economia e il
Presidente. Lo scopo principale dell'Istituto era di
promuovere i rapporti culturali tra l'Italia e l'Asia
centrale, meridionale e orientale e di studiare i
problemi economici di quei paesi. L'attività rivolta
agli aspetti politico-economici è documentata dalle
numerose monografie e i periodici Bollettino
dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente
(1935) e Asiatica (1935-1943). I programmi economici
restarono però in secondo piano rispetto a quelli
culturali e scientifici che, fin dalle prime battute,
furono ispirati e improntati all'attività di Tucci. Nel
1944, con l’uccisione di Gentile, l’IsMEO fermò la sua
attività, che riprese a pieno ritmo nel 1947 con Tucci
come Presidente. Egli cominciò un dialogo molto
fruttuoso col Sen. Giulio Andreotti, allora già
Vice-presidente del Consiglio, che terminò solo alla sua
morte.
Nel 1933
cominciò anche a pubblicare sul Giappone: in tutto,
diversi articoli e due libri. Per motivi politici, nel
1937 Mussolini ordinò al Ministro della Stampa e della
Propaganda, Dino Alfieri, di creare a Roma la “Società
degli amici del Giappone”, come risposta amichevole al
barone Okura, Presidente della Società Nippo-italiana,
che aveva anche dato in dono diversi pezzi al Museo
d’Arte Orientale, fondato da Tucci come parte dell’IsMEO
(e ora a lui intitolato). Nel 1937 Tucci fu mandato in
missione in Giappone per rinforzare i legami amicali fra
i due paesi. Lì tenne anche un discorso in giapponese,
portando i saluti del Duce, che fu sentito alla radio
“fino al Manciukuò”, in Cina. Stabilì a Tokyo e Kyoto
l’Istituto culturale Italo-giapponese, ottenne delle
borse di studio perché studiosi e studenti giapponesi
venissero in Italia a studiare la nostra cultura,
stabilì un programma di scambi culturali per professori
e studenti e strinse anche accordi economici. Nel
1941-’43 Tucci fondò il mensile Yamato per rinforzare i
legami fra Italia e Giappone; vi pubblicò anche 12 brevi
articoli giornalistici. Oltre che uno studioso vorace,
un viaggiatore insaziabile ed un esploratore
infaticabile, era un lavoratore ed uno scrittore
indefesso, dotato di un’energia e una salute prodigiose.
Quando il
Tibet divenne inaccessibile, dopo l’invasione cinese,
Tucci compì delle missioni scientifiche in territori
estremamente difficili ed inesplorati del Nepal
occidentale, culla della civiltà induista rimasta quasi
intatta per un millennio. Il paese era governato in modo
dispotico dalla famiglia del Primo Ministro Rana,
affiancato da un re fantoccio. Era un paese xenofobo,
dalle frontiere sbarrate per gli abitanti e chiuso agli
stranieri, eccetto i pochissimi che, come scrisse
Formichi, ci andavano “per elevate regioni di studio.”
Tucci si fece subito ammirare per l’ottimo sanscrito che
parlava correntemente e per la facilità con cui imparò
la lingua nepali. Lì divenne amico dei più grandi poeti
del tempo e discepolo del coltissimo Precettore Reale
Hem Raj Sharma, pandit astronomo e astrologo di corte,
capo di tutti i bramini del regno, consigliere del Primo
Ministro, maestro del Re, Giudice supremo e Ministro
dell’educazione sanscrita e nepali (il paese è
multietnico e multireligioso, anche se gli induisti sono
la maggioranza), che fece copiare per lui o gli prestò
preziosi manoscritti di Indologia e di Logica buddhista.
Per mesi interi Tucci, avido di sapere, lesse insieme a
lui - nella sua immensa biblioteca privata di oltre
25.411 libri, di cui circa 10.000 manoscritti, nel
centro di Kathmandu - dei testi di estrema complessità
filosofica.
Dal 1956 al
1962 organizzò e fu a capo delle missioni archeologiche
nella Valle dello Swat, in Pakistan; nel 1957 di quelle
in Afghanistan e nel 1959 di quelle in Iran. Diresse
tutte queste campagne, che comprendevano anche
importanti lavori di restauro e la fondazione di musei
locali, sino al 1978. Nel frattempo fondò e diresse
periodici come East and West (1950-1984). Cominciò così
a sessantadue anni, con le campagne di scavo, un nuovo
periodo di lavoro e di studio che, come disse lui
stesso, fu uno dei più felici della sua vita.
Fino all’età
di 83 anni pubblicò 349 libri e articoli per lo più
scientifici; poi, fino ad un anno prima della sua morte,
dieci fra recensioni, voci di enciclopedia, premesse ad
altri libri e presentazioni. Fra questi, il discorso che
tenne all’Istituto Accademico di Roma per il
conferimento da parte del governo indiano del “Premio
Jawahrlal Nehru per la Comprensione Internazionale”, del
1976, un vero e proprio profetico testamento spirituale.
Era l’unico fra i nove premi, le undici onorificenze e i
dodici titoli accademici nazionali e internazionali
ricevuti, di cui Tucci amava fregiarsi.
Nel 1984,
poco prima di compiere novanta anni, morì a San Polo dei
Cavalieri, un paese che sorge a 651 metri di altezza,
sulla sommità delle propaggini meridionali del gruppo
montuoso dominato dal Monte Morra, nel parco naturale
dei Monti Lucretili, a 42 Km. da Roma, verso l’Abruzzo.
Lo amava molto perché, come era solito dire, era
"circondato da montagne brulle e aspre” che gli
ricordavano molto il Tibet.
Mi piace
concludere questa breve presentazione con le parole del
maestro del mio maestro per le Marche e i suoi
viaggiatori. Dopo un ampio cerchio che lo aveva portato
lontano, ad esplorare i luoghi più inaccessibili
dell’Asia, Tucci, che dalle Marche era partito, a
queste, idealmente, si rifece, come se lui stesso
rappresentasse un ideale punto di collegamento fra
questa terra e le terre d’Oriente:
Come potete
spiegare che proprio nelle nostre Marche e soprattutto
nella nostra provincia maceratese sia nato il maggior
numero dei pochi orientalisti italiani, anzi, quelli che
penetrarono nelle regioni più inaccessibili dell'Asia?
Pensate: Matteo Ricci da Macerata apre la strada della
Cina ed una impossibile missione francescana, che
resiste a Lhasa in Tibet dal 1703 al 1745: ne fanno
parte Giovanni Francesco da Camerino, Domenico da Fano,
Giovanni da Fano, Gregorio da Lapedona, Giovanni
Francesco da Lapedona, Orazio da Pennabilli, autore del
primo dizionario tibetano, Cassiano Beligatti da
Macerata, autore di una fondamentale grammatica
tibetana, Tranquillo da Apecchio, Costantino da Loro,
Floriano da Jesi. È come se, per arcane simpatie operose
nella levità dell'etere o
vibranti nel
mondo degli spiriti, certi figli di questa terra
dolcissima abbiano risposto al richiamo di remote
civiltà; o sarà stato, come direbbero in India,
impensato ritorno ad una patria lontana, perduta e
ritrovata nel tortuoso cammino del continuo morire e
rinascere.
Questa
simpatia inspiegabile fra la Marca e l'Oriente,
anticipata nei viaggi di Ciriaco d'Ancona e divenuta
inconsapevole risonanza di pensiero nel solitario poeta
di Recanati che, rotto il velo della Maya, ebbe il
doglioso privilegio di scoprire sotto l'inganno della
vita, l'infinità vanità del tutto, fruttificò per i
secoli nell'apostolato di Matteo Ricci.
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3/7/1935 - Tibet, Gu-ge, sPu-rang-rdzong (Taklakot)
- Giuseppe Tucci seduto. Foto: Eugenio Ghersi

1954 - Nepal - Giuseppe Tucci legge un manoscritto,
alla sua sinistra la moglie Francesca Benardi

1919 - Roma - Giuseppe Tucci assorto nella lettura.
Foto: anonimo

1954 - Nepal - Giuseppe Tucci sotto la stele
contenente la genealogia dei Re Malla.
Foto: Francesca Benardi

1952 - Nepal - il poeta Dulamani Devikota recita
qualche verso a G. Tucci.
Foto: Francesca Benardi

1/7/1935 - Tibet, Gu-ge, Kho-char (Khojarnath)
Giuseppe Tucci insieme a Nandaram e gente di
Kho-char.
Foto: Eugenio Ghersi |