n. 2 - Anno 2006
  

indietro
 

Un grande maceratese che andò lontano:
Giuseppe Tucci,
le Marche e
l’Oriente

di Enrica Garzilli 

Questo scrisse lo scienziato ed esploratore Giuseppe Tucci dei suoi viaggi in Asia e del suo amore per il viaggio, per l’esperienza del lontano: lontano dalla banalità e dalla superficialità dei rapporti quotidiani e di massa. E lontano ci andò davvero perché fu lo studioso di discipline orientali più completo che l’Italia abbia mai avuto e uno dei massimi tibetanologi a livello internazionale, fu uno dei primi scienziati al mondo che esplorò delle regioni quasi inesplorate in Tibet e in Nepal, fu antropologo, fu archeologo e fu, anche, un ottimo divulgatore della cultura asiatica - antica e contemporanea - e un giornalista.

Tucci, il solo orientalista italiano leggendario in tutta l’Asia, ha fatto conoscere meglio al mondo le più grandi religioni asiatiche e, con le sue edizioni critiche e le traduzioni originali di preziosi testi in sanscrito e in tibetano, ha aperto la conoscenza moderna del Sud dell’Asia agli studiosi. Con le sue leggendarie missioni scientifiche in Tibet, in Nepal, in Ladhak e in Bhutan ha aperto la strada di questi paesi ai geografi e ai moderni viaggiatori.

La sua opera di scoperta, recupero e salvataggio di rari manoscritti, che sono ora conservati in Italia nel Fondo Tucci della Biblioteca Orientale dell’IsIAO (ex-IsMEO) a Roma, al sicuro dalla persistente e inevitabile distruzione operata dal clima asiatico, dai vermi e dai ratti - come viene specificato nelle descrizioni dei microfilm che riproducono i manoscritti - e dalla ancora più perniciosa distruzione ad opera dell’uomo, dovuta sia alla Rivoluzione culturale quando la Cina si è annessa il Tibet che all’incuria degli ignoranti e alla cupidigia dei mercanti - e le sue esplorazioni nei territori allora quasi inaccessibili della regione himalayana, hanno segnato il definitivo ingresso del patrimonio culturale e ambientale di quei paesi nei grandi percorsi della storia dell’umanità e non solo degli addetti ai lavori. Inoltre, seguendo la scia del suo maestro Formichi, svecchiò il metodo di studio delle lingue orientali con una comprensione di prima mano, fatta sul campo, della cultura che quelle lingue esprimono, arricchendo il patrimonio di conoscenze dell’umanità.

Tucci nacque a Macerata il 5 giugno 1894. Il papà Oscar e la mamma Ermenegilda Firmani erano emigrati nelle Marche dalle Puglie. Un filo indissolubile, che va ben oltre il luogo di nascita, lega Tucci alle Marche. Forse fu la vicinanza della città e della terra d’origine col mare, che allontana tanto quanto unisce ed avvicina popoli e nazioni diversi e lontanissimi fra loro o, forse, l’appartenenza ad una regione che dette i natali a tanti scopritori e grandi viaggiatori verso l’Est, fatto sta che Tucci si manifestò subito come un enfant prodige ben presto rivolto all’Oriente e, secondo il suo stesso racconto, a dodici anni già conosceva il sanscrito, l’ebraico e l’iranico.

Macerata fu resa famosa dalla famiglia Ricci con Padre Matteo (1552-1610), il celebre missionario gesuita che mise in contatto la più antica civiltà cinese con quella europea, scrisse pregevoli trattati di astronomia e di geografia e morì in Cina. La sua tomba a Pechino fu distrutta e ricostruita ben tre volte in epoche diverse (l'ultima una decina di anni fa, dopo la Rivoluzione Culturale) e il suo nome figura tra i pochi stranieri nell'enciclopedia nazionale cinese. Sempre nelle Marche, la città di Pennabilli diede i natali a Padre Francesco Orazio della Penna (1680-1745), il missionario cappuccino che giunse a Lhasa il 1° ottobre 1716, insieme a Padre Domenico da Fano, Prefetto della missione evangelica in Tibet. E non furono i primi. Infatti, altri padri cappuccini della provincia della Marca erano partiti per Lhasa, per l’iniziativa del Padre francese Francesco Maria da Tours che, rientrato dalle missioni indiane, aveva proposto ai superiori del suo ordine e, tramite loro, alla Sacra Congregazione de Propaganda Fide lo stabilimento di una missione in Tibet, dove aveva sentito parlare della sopravvivenza di un’antica comunità cristiana. Così un gruppo di cappuccini marchigiani partì per l’India scegliendo la via di terra. Il gruppo di frati fu letteralmente decimato dalle durissime condizioni di viaggio: alcuni dovettero rinunciare a proseguire, altri morirono per strada. Ma il 12 giugno 1707 i Padri Giuseppe da Ascoli e Franco Maria da Tours entrarono a Lhasa, che dovettero lasciare alla fine del 1711: furono richiamati a Chandernagor, in Bengala occidentale, dal Vice Prefetto, che non voleva farli morire di stenti tra le nevi. Le Marche non diedero mai i natali ad una schiatta famosa per la conquista di mari o di terre ma ai molti Padri - Cassiano da Macerata, Carlo da Castorano, Vito da Recanati, Costantino da Loro, Cassiano Beligatti e tanti altri - che partirono per paesi allora ignoti ai più, per terre dai confini incerti, rappresentate con disegni di fantasia anche sulle mappe dei grandi mercanti olandesi del 17° secolo.

Gli evangelizzatori e i viaggiatori marchigiani portarono ad est la religione cattolica e, talvolta, curarono con la medicina occidentale; riportarono dalle genti d’Asia molto più che religioni, oro e spezie: ci fecero conoscere lingue nuove dai caratteri bizzarri e i forti suoni aspirati, gutturali e dentali; ci raccontarono del matrimonio sfarzoso a Lhasa fra una principessa cinese e un re tibetano - un matrimonio interrazziale impensabile a quei tempi - di monasteri inaccessibili con grandi Buddha dal volto d’oro affumicato dai mille incensi, di statue giganti di quasi 60 metri e Bodhisattva in pietra che dormono stesi, col sorriso beato e indefinibile dell’Illuminato. Gli umili Padri marchigiani ridisegnarono la mappa del cielo con nuove e più sofisticate conoscenze matematiche e astrologiche; ci informarono, come scrisse P. Matteo Ricci, di “certi saraceni dalle parti di ponente, che sapevano delle cose di Europa, India e Persia” e che visitarono, come lui, la corte di Pechino, e raccontò dei molti maomettani da lui incontrati in Cina che “in quasi tutte le provincie stanno con molte sumptuose meschite, dove recitano, si circoncidono, e fanno le loro cerimonie.”

Nonostante che molti suoi illustri compatrioti avessero rivolto le prime attenzioni all’Asia e nonostante la sua precoce conoscenza di lingue difficili e astruse, Tucci compì i primi studi sul mondo romano e le Marche. Nel 1911 pubblicò il suo primo lavoro, un articolo di poche pagine su iscrizioni latine recentemente trovate nell’agro maceratese, nelle prestigiose Mitteilungen dell’Istituto Archeologico Germanico: aveva diciassette anni. L’anno dopo pubblicò le “Ricerche sul nome personale romano nel Piceno” in Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Marche. Sin da quell’età, un’età che di solito è di passaggio, di scoperta di sé, di sogni, una transizione che segna il crepuscolo del bambino e la nascita acerba dell’uomo, il profilo e la personalità di Tucci appaiono invece perfettamente delineati: si profila già lo studioso.

Nei suoi primi scritti sembra di cogliere il suo amore per le Marche, anche se sempre si dichiarò - e di fatto fu - slegato da qualsiasi terra e dalle sue stesse origini: tutta la vita cercò di superarle e trascenderle. Eppure, al crepuscolo della sua vita, dopo aver vissuto perlopiù in Oriente dal 1925 fino ad allora, il 14 marzo 1959, in un discorso tenuto nella Loggia dei Mercanti ad Ancona, Tucci finalmente dichiarò il suo amore per le Marche, il suo cielo – puro e quasi tralucente -  e i suoi colli - i più dolci, forse, d’Italia - e disse di tornare spesso a Macerata e alla sua terra per nutrirsi ancora della sua aria vitale:

“Ecco perché – lasciatemi finire con un voto – io vorrei che da questa mia terra, alla quale sempre ritorno per nutrirmi ancora della sua aria vitale, per scoprire nel suo seno generoso nuove bellezze, per accarezzare ancora con gli occhi la dolcezza dei suoi poggi e sognare sotto il suo cielo, uscisse qualchedun altro che continuasse una tradizione di cui dobbiamo essere fieri”.

E il 29 giugno 1961, in un discorso tenuto ancora nella stessa città marchigiana:

“Non sono persona facile agli abbandoni sentimentali, anche se nostalgie inevitabili mi fanno pensare, quando sto lontano, a questo nostro cielo ed a questi nostri colli; c’è un motivo più profondo e, per un uomo di scienza, più valido e giustificabile: voglio dire che e c’è un paese nel quale una sezione dell’IsMEO doveva sorgere, erano proprio le Marche. Noi marchigiani abbiamo da natura uno spirito curioso ed errabondo; e specialmente ci attrasse l’Oriente, a cui il mare ci invita”.

Tucci da ragazzo aveva dovuto lasciare la sua città natale per accedere ai corsi della R. Università di Roma, dove ebbe per maestro un altro grande orientalista, napoletano, Carlo Formichi (1871-1943), che ben presto divenne il portavoce dell’Italia e “latore del messaggio di Mussolini” all’estero, come lui stesso si definì. Tucci nel frattempo aveva già ampliato le sue conoscenze: nel 1913 e ’14 infatti, alla vigilia del primo conflitto mondiale, pubblicava sull’antropologia e sulla preistoria asiatica, sui riti e i costumi degli antichi persiani. Questo giovane studioso, appena ventenne, si affacciò a pieno diritto sulla scena dell’orientalismo italiano come iranista e sanscritista. Pubblicò le “Osservazioni su Fargard II del Vendidad” e una “Nota sul rito di seppellimento degli antichi persiani”. Negli stessi anni ebbe inizio per lui un amore che non abbandonò mai durante la sua lunga vita: l’opera di Lao-tzu e la filosofia cinese. Su “Il Tao e il Wu-wei di Lao-tzu” pubblicò anche, sempre in quegli anni, un breve saggio, oltre alle “Note sull’Asia Preistorica” nella Rivista di Antropologia.

Se l’amore per il Taoismo e Lao-tzu, Confucio e la lingua e la letteratura cinese non lo abbandonò mai, egli vi si dedicò in maniera privilegiata e quasi unica fino al 1922. La sua profonda conoscenza della lingua e la cultura di quel popolo gli servì anche per i suoi famosi studi comparativi e le traduzioni dal sanscrito e dal tibetano, che portò avanti fino agli anni ’50. Confrontava infatti le versioni tibetane e cinesi dei manoscritti per emendare o integrare il testo sanscrito delle opere, andato perso o  distrutto in originale.

Nel 1916-’18 partecipò alla Prima Guerra Mondiale e fu congedato come tenente di complemento. Mentre era soldato scrisse la sua prima lettera a Giovanni Gentile (1875-1944), conosciuto tramite Formichi. Cominciò col filosofo un rapporto di collaborazione e, per così dire, di amicizia, che durò fino all’uccisione di Gentile, che valse a Tucci il sostegno per le missioni in India, Tibet, Nepal e gli staterelli della catena dell’Himalaya e, nel 1933, la possibilità di fondare l’Istituto per il Medio e Estremo Oriente (IsMEO).

Il campo di studi prediletto di Tucci furono i testi buddhisti che, nei primi secoli dopo Cristo, vennero tradotti dall’originale sanscrito al tibetano e furono portati in Tibet e, da lì, in Cina e poi in Giappone e nel sud-est asiatico da monaci itineranti e sapienti che volevano diffondere la Buona Legge, il Dharma del Buddha. Ed egli divenne buddhista perché, come disse,

Ho trovato il buddhismo molto più semplice. E’ solo una dottrina etica. Tutto è basato sulla sincerità e tu sei completamente libero.

Grazie alle sue enormi conoscenze orientaliste e ai 58 fra traduzioni, saggi e recensioni scientifiche che aveva già pubblicato nel 1925, Tucci, che era segretario della Biblioteca della camera dei Deputati, fu incaricato come docente all’Universtà di Roma e poi venne comandato dal Ministero della Pubblica Istruzione a Shantiniketan, la famosa “Dimora della pace” fondata e finanziata dal Premio Nobel bengalese Rabindranath Tagore (1861-1941). Sulla sua terra fioriva Vqishva-bharati, la scuola della cultura universale basata su modello tradizionale induista, dove il meglio della cultura indiana si incontrava col meglio della cultura internazionale. Tucci era stato mandato a chiamare da Formichi, che insegnava sanscrito; lì insegnò lingua e cultura italiana.

A Shantiniketan si distinse per la sue enormi conoscenze, che ampliò con le discussioni in sanscrito coi pandit locali e con lo studio del Bengali e dell’Hindi e con l’immersione dotta ma empatica nella cultura del luogo, tanto che Tagore disse di lui a Formichi:

ÅgA questo proposito debbo menzionare il nome del vostro già discepolo Dott. Tucci, che sta ancora con noi e per il prestito dei cui servizi io non posso abbastanza ringraziare il vostro Governo. Egli ha studiato con una stupefacente comprensione, insieme alla massima parte degli altri fenomeni dell’antica cultura indiana, il più grande periodo della storia dell’India; ha seguito la trionfale carriera del Buddhismo in remote regioni, sulla scorta di indicazioni presso che cancellate nei ruderi antichi sepolti nella sabbia, fra documenti di una storia sbalordita che ha perduto la memoria della sua propria lingua. Meglio di chicchessia egli può ricordare ai moderni figli dell’India quella che è stata l’autorivelazione più gloriosa negli annali dei loro antenati. Intendo parlare dell’ideale di simpatia universale tradotto in atto...”

Lasciato Shantiniketan, Tucci risiedette fra Kolkata, Dakka e le regioni del nord, specie il Kashmir, fino agli inizi del 1931. Ma lui, come ebbe a dire un altro grande della cultura del tempo, lo storico delle religioni Mircea Eliade nel ricordo che ne fece pochi mesi dopo la sua morte, era “un prodigioso viaggiatore ed un infaticabile esploratore”. E’ intorno al 1928 la sua prima puntata esplorativa in Tibet, anticipazione delle vere e proprie missioni scientifiche seguenti. Ne compì almeno otto nel Paese delle Nevi e sei in Nepal, tappa obbligata per chi volesse raggiungerlo. Tucci portava con sé un medico e un fotografo – che, nelle spedizioni in Tibet del 1937 e del 1948, fu l’allora giovanissimo e bellissimo, futuro professore e scrittore Fosco Maraini (1912-2004) - un cuoco, i portatori, i servi, una guida e un lama - un monaco tibetano che contrattava con gli abati dei conventi l’acquisto di manoscritti e opere d’arte e interpretava e spiegava a Tucci il complesso simbolismo e la composita religiosità del buddhismo tibetano. Talvolta, nelle spedizioni lo seguiva sua moglie. Erano viaggi “comodi”, ben equipaggiati, in paesi dalle strade che – quando esistevano – erano mulattiere, dai popoli ospitali ma dalle lingue locali, le usanze e il cibo inevitabilmente strani e stranieri, con una carovana di 60-70 persone e decine di animali come muli, cavalli, polli e gli amati cani, l’armamentario per le riprese cinematografiche e le foto, le casse di viveri come pasta, olio extra-vergine _ “fonte indispensabile di vitamine”, come disse Tucci _ pomodori in scatola, parmigiano e, infine, le casse di armi, carabine per l’esattezza, perché, come scrisse nei libri divulgativi sul Tibet, questa era una terra di santi ma anche di briganti, che infestavano e razziavano specialmente le carovane: e di pistole ne erano forniti anche loro.

Di queste spedizioni ne sono memoria non solo i dotti libri come i quattro volumi di Indo-Tibetica (1932-1941), ma i famosi due volumi Tibetan Painted Scrolls (1949) sulle pitture buddhiste su rotolo, o tangka, che con le loro 798 pagine e le 256 tavole a colori rimangono tuttora un’opera indispensabile per lo studio della cultura tibetana e una preziosa testimonianza dell’iconografia religiosa del Buddhismo tibetano, in gran parte persa, dispersa o trafugata.

Tucci scrisse anche dei diari di viaggio che, sebbene di lettura assai gradevole, sono libri divulgativi di tono molto alto. Voglio citarne solo qualcuno dei più noti: Santi e briganti nel Tibet ignoto (1937) e A Lhasa e oltre (1950), sul Tibet, e Tra giungle e pagode (1953), e Nepal: alla scoperta dei Malla (1960) sul Nepal. Scrisse anche degli articoli, a tutto il 1953 contava al suo attivo ben 227 pubblicazioni; uno di questi è proprio su Matteo Ricci, pubblicato negli Annali della R. Università di Macerata nel 1941.

Nel frattempo, tornato dall’India era diventato professore di Cinese all’Istituto Universitario Orientale di Napoli e poi, grazie a Gentile, ordinario di Filosofie e Religioni dell’India all’Università “La Sapienza” di Roma.

Nel 1933 Tucci fondò insieme a Gentile l’IsMEO, ente morale di cui divennero rispettivamente il Vice-presidente e Direttore dei corsi di lingua, cultura ed economia e il Presidente. Lo scopo principale dell'Istituto era di promuovere i rapporti culturali tra l'Italia e l'Asia centrale, meridionale e orientale e di studiare i problemi economici di quei paesi. L'attività rivolta agli aspetti politico-economici è documentata dalle numerose monografie e i periodici Bollettino dell'Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente (1935) e Asiatica (1935-1943). I programmi economici restarono però in secondo piano rispetto a quelli culturali e scientifici che, fin dalle prime battute, furono ispirati e improntati all'attività di Tucci. Nel 1944, con l’uccisione di Gentile, l’IsMEO fermò la sua attività, che riprese a pieno ritmo nel 1947 con Tucci come Presidente. Egli cominciò un dialogo molto fruttuoso col Sen. Giulio Andreotti, allora già Vice-presidente del Consiglio, che terminò solo alla sua morte.

Nel 1933 cominciò anche a pubblicare sul Giappone: in tutto, diversi articoli e due libri. Per motivi politici, nel 1937 Mussolini ordinò al Ministro della Stampa e della Propaganda, Dino Alfieri, di creare a Roma la “Società degli amici del Giappone”, come risposta amichevole al barone Okura, Presidente della Società Nippo-italiana, che aveva anche dato in dono diversi pezzi al Museo d’Arte Orientale, fondato da Tucci come parte dell’IsMEO (e ora a lui intitolato). Nel 1937 Tucci fu mandato in missione in Giappone per rinforzare i legami amicali fra i due paesi. Lì tenne anche un discorso in giapponese, portando i saluti del Duce, che fu sentito alla radio “fino al Manciukuò”, in Cina. Stabilì a Tokyo e Kyoto l’Istituto culturale Italo-giapponese, ottenne delle borse di studio perché studiosi e studenti giapponesi venissero in Italia a studiare la nostra cultura, stabilì un programma di scambi culturali per professori e studenti e strinse anche accordi economici. Nel 1941-’43 Tucci fondò il mensile Yamato per rinforzare i legami fra Italia e Giappone; vi pubblicò anche 12 brevi articoli giornalistici. Oltre che uno studioso vorace, un viaggiatore insaziabile ed un esploratore infaticabile, era un lavoratore ed uno scrittore indefesso, dotato di un’energia e una salute prodigiose.

Quando il Tibet divenne inaccessibile, dopo l’invasione cinese, Tucci compì delle missioni scientifiche in territori estremamente difficili ed inesplorati del Nepal occidentale, culla della civiltà induista rimasta quasi intatta per un millennio. Il paese era governato in modo dispotico dalla famiglia del Primo Ministro Rana, affiancato da un re fantoccio. Era un paese xenofobo, dalle frontiere sbarrate per gli abitanti e chiuso agli stranieri, eccetto i pochissimi che, come scrisse Formichi, ci andavano “per elevate regioni di studio.” Tucci si fece subito ammirare per l’ottimo sanscrito che parlava correntemente e per la facilità con cui imparò la lingua nepali. Lì divenne amico dei più grandi poeti del tempo e discepolo del coltissimo Precettore Reale Hem Raj Sharma, pandit astronomo e astrologo di corte, capo di tutti i bramini del regno, consigliere del Primo Ministro, maestro del Re, Giudice supremo e Ministro dell’educazione sanscrita e nepali (il paese è multietnico e multireligioso, anche se gli induisti sono la maggioranza), che fece copiare per lui o gli prestò preziosi manoscritti di Indologia e di Logica buddhista. Per mesi interi Tucci, avido di sapere, lesse insieme a lui - nella sua immensa biblioteca privata di oltre 25.411 libri, di cui circa 10.000 manoscritti, nel centro di Kathmandu - dei testi di estrema complessità filosofica.

Dal 1956 al 1962 organizzò e fu a capo delle missioni archeologiche nella Valle dello Swat, in Pakistan; nel 1957 di quelle in Afghanistan e nel 1959 di quelle in Iran. Diresse tutte queste campagne, che comprendevano anche importanti lavori di restauro e la fondazione di musei locali, sino al 1978. Nel frattempo fondò e diresse periodici come East and West (1950-1984). Cominciò così a sessantadue anni, con le campagne di scavo, un nuovo periodo di lavoro e di studio che, come disse lui stesso, fu uno dei più felici della sua vita.

Fino all’età di 83 anni pubblicò 349 libri e articoli per lo più scientifici; poi, fino ad un anno prima della sua morte, dieci fra recensioni, voci di enciclopedia, premesse ad altri libri e presentazioni. Fra questi, il discorso che tenne all’Istituto Accademico di Roma per il conferimento da parte del governo indiano del “Premio Jawahrlal Nehru per la Comprensione Internazionale”, del 1976, un vero e proprio profetico testamento spirituale. Era l’unico fra i nove premi, le undici onorificenze e i dodici titoli accademici nazionali e internazionali ricevuti, di cui Tucci amava fregiarsi.

Nel 1984, poco prima di compiere novanta anni, morì a San Polo dei Cavalieri, un paese che sorge a 651 metri di altezza, sulla sommità delle propaggini meridionali del gruppo montuoso dominato dal Monte Morra, nel parco naturale dei Monti Lucretili, a 42 Km. da Roma, verso l’Abruzzo. Lo amava molto perché, come era solito dire, era "circondato da montagne brulle e aspre” che gli ricordavano molto il Tibet.

Mi piace concludere questa breve presentazione con le parole del maestro del mio maestro per le Marche e i suoi viaggiatori. Dopo un ampio cerchio che lo aveva portato lontano, ad esplorare i luoghi più inaccessibili dell’Asia, Tucci, che dalle Marche era partito, a queste, idealmente, si rifece, come se lui stesso rappresentasse un ideale punto di collegamento fra questa terra e le terre d’Oriente:

Come potete spiegare che proprio nelle nostre Marche e soprattutto nella nostra provincia maceratese sia nato il maggior numero dei pochi orientalisti italiani, anzi, quelli che penetrarono nelle regioni più inaccessibili dell'Asia? Pensate: Matteo Ricci da Macerata apre la strada della Cina ed una impossibile missione francescana, che resiste a Lhasa in Tibet dal 1703 al 1745: ne fanno parte Giovanni Francesco da Camerino, Domenico da Fano, Giovanni da Fano, Gregorio da Lapedona, Giovanni Francesco da Lapedona, Orazio da Pennabilli, autore del primo dizionario tibetano, Cassiano Beligatti da Macerata, autore di una fondamentale grammatica tibetana, Tranquillo da Apecchio, Costantino da Loro, Floriano da Jesi. È come se, per arcane simpatie operose nella levità dell'etere o

vibranti nel mondo degli spiriti, certi figli di questa terra dolcissima abbiano risposto al richiamo di remote civiltà; o sarà stato, come direbbero in India, impensato ritorno ad una patria lontana, perduta e ritrovata nel tortuoso cammino del continuo morire e rinascere.

Questa simpatia inspiegabile fra la Marca e l'Oriente, anticipata nei viaggi di Ciriaco d'Ancona e divenuta inconsapevole risonanza di pensiero nel solitario poeta di Recanati che, rotto il velo della Maya, ebbe il doglioso privilegio di scoprire sotto l'inganno della vita, l'infinità vanità del tutto, fruttificò per i secoli nell'apostolato di Matteo Ricci.

 


 

3/7/1935 - Tibet, Gu-ge, sPu-rang-rdzong (Taklakot) - Giuseppe Tucci seduto. Foto: Eugenio Ghersi
 

1954 - Nepal - Giuseppe Tucci legge un manoscritto, alla sua sinistra la moglie Francesca Benardi
 

1919 - Roma - Giuseppe Tucci assorto nella lettura.
Foto: anonimo
 

1954 - Nepal - Giuseppe Tucci sotto la stele contenente la genealogia dei Re Malla.
Foto: Francesca Benardi
 

1952 - Nepal - il poeta Dulamani Devikota recita qualche verso a G. Tucci.
Foto: Francesca Benardi
 

1/7/1935 - Tibet, Gu-ge, Kho-char (Khojarnath)
Giuseppe Tucci insieme a Nandaram e gente di Kho-char.
Foto: Eugenio Ghersi

 

 

Identità Sibillina - info@identitasibillina.com