n. 1 - Anno 2004
 

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STORIA DI COPERTINA

Per una rivista dedicata all’area sibillina, scegliere come logo l’ansa di Belmonte con il Signore dei Cavalli, significa retrodatare il campo di ricerca della sfuggente distinzione tra Umbri e Piceni, fino a tempi mitici prima della storia, con un salto di oltre duemila cinquecento anni. In realtà l’intrecciarsi dei rapporti tra le due aree si può far risalire almeno all’età del bronzo, in pieno secondo millennio avanti Cristo, ma solo attorno all’inizio dell’età del ferro, poco dopo il mille a.C., i loro flussi diventano più chiaramente leggibili. Ternano e Ascolano in quel periodo sono coinvolti in una stessa rete di traffici, riconoscibile attraverso la diffusione di fibule, cinturoni e altri monili caratteristici, che da un lato si spinge fino in fondo alla Calabria e dall’altro oltre mare, sulle coste balcaniche.
Più tardi, all’epoca dell’ansa, l’inizio del VI secolo a.C., al momento di massima espansione della civiltà picena, già in età arcaica ma prima dell’apertura delle rotte adriatiche ai commerci greci, la maggioranza dei traffici è convogliata attraverso i passi appenninici “da e per” l’Etruria e il ricco Lazio meridionale, favorendo il rigoglio dei centri interni. Nell’entroterra ascolano il centro principale è Belmonte, con le sue trecento tombe ricche di monili, armi e vasellame. Di là dai monti, nel territorio degli Umbri tra Appennini e Tevere, i centri urbani si sviluppano nel ternano e nella piana fulginiate, ma la Val Nerina diventa un corridoio aperto verso Nord fino all’Europa centrale.
E’ l’epoca delle tombe a carro, sepolture in grandi fosse deposte sotto un carro da battaglia o da passeggio riservate ai principi e alle loro donne .A Monteleone di Spoleto un condottiero viene sepolto sotto una scintillante biga di bronzo da parata interamente decorata a sbalzo con scene di battaglia dominate da una testa di Gorgone. I carri del “Duce “ di Belmonte sono più modestamente in legno con le rifiniture di bronzo, ma nella sua tomba ne vengono accatastati addirittura sei accanto a un ricco corredo di armi e vasi da banchetto tra cui anche l’ansa presa a simbolo di questa rivista.
Essa ornava un grande vaso in lamina di bronzo: tecnicamente una hydría, un capiente vaso da acqua di foggia greca, munito di due robuste maniglie orizzontali per trasportarlo e una verticale da impugnare nel versare. Modificato però, rielaborando l’ansa verticale fino a trasformarla in un traforo affollato di figure privo di ogni funzionalità e duplicandola per simmetria trasformando il vaso in una specie di anfora.
La corrente di ricchezza dovuta ai traffici con il Mediterraneo orientale nell’VIII e VII secolo a.C. si era arrestata sostanzialmente al Sud, nella Magna Grecia direttamente colonizzata dai Greci, e sulle coste tirreniche. Nel VI secolo però i rapporti col mondo greco, stretti direttamente via mare o mediati dagli Etruschi, si intensificano anche per le popolazioni del versante adriatico e tra i Piceni diventa di moda ostentare ceramiche e bronzi esotici da banchetto, per deporli poi nelle tombe come dono funebre.
Il valore che veniva attribuito a questi oggetti era legato non solo al loro corrispettivo economico, ma all’aura esotica e all’importanza di colui che lo donava. Non si trattava infatti di oggetti smerciati attraverso un circuito pura mente commerciale, ma di doni scambievolmente offerti in un rapporto personale e politico centrato sul riconoscimento del rango dei protagonisti. La funzione dell’oggetto e il tema della sua eventuale decorazione figurata erano dunque accuratamente scelti in funzione del destinatario e spesso creati appositamente. Bronzisti greci e magnogreci venivano perciò chiamati a produrre vasellame di foggia greca, armature e perfino carri modificati per rispondere al gusto della committenza picena o umbra.
E’ probabile che questi pezzi fossero celebrati nelle saghe, come lo scudo d’Achille descritto nell’Iliade. Tanto famosi che anche le repliche e le imitazioni acquistavano un prestigio riflesso. Quella di Belmonte è appunto una replica, la più bella di un nutrito gruppo di esemplari prodotti da artigiani locali sulla base di prototipi di fattura greca, come quello trovato a Treia, presso Macerata, che riproducono lo schema detto del Despòtes ippòn, il Signore dei cavalli.
Lo schema compositivo con una divinità tra due animali sottomessi, è di antica origine orientale, ma nell’Italia arcaica questa particolare versione con i cavalli, dipinta, sbalzata o plasmata in ceramica, diventa così popolare da farci pensare che alluda ad una figura ben determinata, cara alle popolazioni adriatiche e centro italiche: magari Diomede, l’eroe argivo domatore di cavalli venerato ad Ancona, cui si attribuiva la fondazione di numerose città sulle coste adriatiche. L’ansa raffigura infatti un guerriero con elmo e corazza che afferra per la criniera due cavalli su cui si librano uccelli da preda che afferrano un serpente (i leoncini alle estremità superiori non fanno parte della scena e sono un comune elemento decorativo): di Diomede si raccontava appunto che la sua tomba era protetta da compagni d’arme trasformati in uccelli carnivori.
Le repliche di quest’ansa si concentrano nell’Italia centrale soprattutto tra Marche (Belmonte, Sirolo e Tolentino) e Umbria (Perugia e Foligno) attestandoci una comune tradizione artigianale e soprattutto un patrimonio mitologico e ideologico condiviso.
Altri esemplari oggi in collezioni straniere suggeriscono invece la possibilità che alcuni di essi siano davvero giunti nei tumuli principeschi dell’Europa centrale attraverso il circuito di doni e mercanzie che si articolava sul Piceno e la Val Nerina, come i preziosi letti incrostati d’ambra e d’avorio trovati a Sirolo e Grafenbühl o l’hydría, quasi gemella di quella di Treia ma sormontata dalla Signora delle fiere - una dea alata affiancata da leoni - trovata nella tomba di un principe hallstattiano a Grächwill, in Svizzera. Doni preziosi inviati per favorire gli scambi tra realtà così lontane, ma già allora in contatto.

Nora Lucentini
Direttore del Museo Archeologico Statale di Ascoli Piceno
 
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