n. 1 - Anno 2004
 

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"Il Quattrocento a Camerino.
Luce e prospettiva nel cuore della Marca"
di Andrea De Marchi

La mostra su "Il Quattrocento a Camerino. Luce e prospettiva nel cuore della Marca" ha voluto essere un'occasione sperimentale. Un tentativo di rovesciare certi schemi precostituiti che costruiscono la storia del secolo forse più grande dell'arte italiana, il Quattrocento, sempre e solo a partire dai centri pilota e dalle loro gerarchie assolute, e non già dalla rete complessa che attraverso infinite rielaborazioni mostra la vitalità stessa delle indubbie capitali del tempo. Una volta tanto, provare a ripercorrerla questa storia, per così dire, all'inverso. E allora verificare, paradossalmente, che Camerino può aiutare a capire Firenze e Padova, perchè è il policentrismo, la dialettica tra centri maggiori e minori che fa grande e appassionante il Quattrocento italiano.
L'arte a Camerino, dagli splendori tardogotici allo spegnersi della civiltà prospettica fra il dilagare del proto-classicismo, nella pittura ma non solo nella pittura, costituiva allora un osservatorio privilegiato per riconsiderare con occhi nuovi tutto uno spettro variegato di fatti figurativi, di qua e di là dell'Appennino.
Il primo schema di cui sbarazzarsi era quello di un rigido confine tra le Marche e l'Umbria, per cogliere invece l'osmosi delle valli più interne, del Potenza e del Chienti, e la valle Umbra, e Spoleto, Foligno, Perugia. Gli "umbri camertes" per definizione stanno sul crinale, rifuggono banali incasellamenti.
Il secondo ostacolo da superare era l'invincibile complesso di inferiorità che impedisce anche alla provincia in apparenza più altera di riconoscere la forza autentica dei propri valori, espressi da una storia contrastata sì, ma ricca di episodi luminosi.
Nella mostra si è cercato di far parlare la qualità, perchè questa è la via maestra di ogni discorso sulla storia dell'arte. Le opere raccolte negli spazi dell'ex convento di San Domenico dialogavano tra loro in una sequenza ora più serrata ora più dilatata: il contrappunto tra le tavole e le oreficerie, tra i dipinti prospettici e i volumi torniti della scultura lignea, ma poi nuclei compatti e luminosi, come l'indimenticabile sequenza delle tavolette di Boccati o la saletta dove si affrontavano una vicina all'altra quattro sublimi Crocefissioni (Brno, Camerino, Castel San Venanzio, Sarnano), della metà del secolo, del maggiore protagonista della pittura prospettica e luminosa di Camerino, il possibile Giovanni Angelo d'Antonio, e di un suo compagno di strada non meno straordinario, forse morto giovane, il Maestro del trittico del 1454. Credo che per chi l'ha vista una sala come quella non potesse non rimanere confitta nel cuore, con la forza di un'impressione quasi lacerante, ma ciccatrizzata dallo splendore luminoso di una pittura che captò la verità più ruvida dell'arte sottilmente geometrica e intellettuale di Piero della Francesca.
Si entra così nel vivo della problematicità della mostra. Qualcuno ha detto che era una mostra troppo specialistica, per addetti ai lavori. Dal momento che non è stato un fallimento di pubblico, questo dovrà essere rivendicato senza falsi pudori: ebbene sì, era e voleva essere una mostra specialistica, con rigore, senza concessioni di sorta. Ma anche il discorso specialistico più serrato può parlare, se condotto con coerenza, e comunicare la sua diversità rispetto a messaggi più o meno inflazionati, scontati e prevedibili. Credo o almeno spero che la mostra abbia saputo parlare, proprio per la forza stessa dell'impatto visivo e degli accostamenti via via tentati, anche ai visitatori meno preparati, e che li abbia stimolati a voler sapere di più. Le proposte espositive, oggi, rincorrono in maniera sempre più affannosa una semplificazione dei messaggi, puramente consumistica (Van Gogh e l'impressionismo! in violenza ad ogni minima sensata comprensione storica), che avrà magari forza d'urto ma finisce sempre per battere sulla riconoscibilità di idee già date, non provoca insomma a nuove curiosità e a ragionamenti autonomi.
L'ambizione di questa mostra, e dell'intenso e corale lavorìo che l'ha accompagnata, era quella di coniugare la ricerca scientifica e una sensibilizzazione più vasta. L'obiettivo era far conoscere una geografia storica e artistica di una ricchezza e complessità per lo più insospettata, nella speranza di una ricaduta positiva per far maturare una sensibilità nuova, che veda nella tutela capillare e diffusa del patrimonio (che bella espressione, sempre più in disuso!) non già un vecchio arnese ma una fonte di risorse umane e morali. Il contado di Camerino conserva decine e decine di vestigia monumentali che attendono di essere salvate da oblìo sicuro e distruzione: gli affreschi dell'oratorio di Baregnano, della chiesa del Crocefisso a Pioraco, della Madonna dei Calcinari a Sefro, della chiesina di Copogna, di Villanova di Fiordimonte, e tanti altri ancora. Qualcosa è già stato fatto, innazitutto come seme nella coscienza. La mostra deve essere un primo passo perchè questo vasto comprensorio riscopra e quindi difenda la propria identità straordinariamente variegata.
Il secondo punto è quello più propriamente scientifico. In questo caso va detto che le numerose proposte di nuova interpretazione o addirittura identificazione dei protagonisti maggiori di questa stagione dell'arte camerinese (Olivuccio di Ciccarello, il Maestro del trittico del 1454, Giovanni Angelo d'Antonio da Bolognola, il Maestro della Madonna di Macereto, ecc.), avanzate spesso in forma problematica, non sono dettate da vano "furor novitatis", ma nascono quasi di necessità dall'obiettiva arretratezza degli studi in questo settore. Quasi nessuno studioso straniero si è applicato al Quattrocento marchigiano, solo Crivelli è noto e universalmente amato fuori d'Italia. E' incredibile verificarlo. Al tempo stesso per decenni si sono ripetuti fino all'estenuazione gli stessi luoghi comuni, senza un autentico riesame che ripartisse dai dati certi, da un spoglio più agguerrito degli archivi, da ricognizioni sistematiche sul campo, da una lettura competente e aggiornata dei caratteri stilistici, basata su vaste conoscenze e riscontri puntuali, non già su generalizzazioni puramente retoriche. Il materiale che è stato messo in campo, col concorso di tante competenze diverse, spero potrà suscitare vivaci discussioni e aprire il campo a nuove ricerche: in tal caso la mostra e le iniziative che l'hanno accompagnata (il convegno dell'ottobre 2001, la strenna 2002 della Banca delle Marche su 'I pittori a Camerino nel Quattrocento') avranno esaudito il loro compito maggiore.
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