Comunanza
ANTONIO AMOROSI
Vita quotidiana nel ‘700
di Ornella Virgili
La cittadina ascolana rende omaggio al conterraneo Antonio Mercurio Amorosi con la mostra inaugurata lo scorso 16 maggio e aperta al pubblico fino al prossimo ottobre. Promossa dalla Provincia di Ascoli Piceno, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli Piceno e dal Comune di Comunanza, è allestita all’interno dell’elegante Palazzo Pascali (per le visite nei mesi di luglio-agosto tutti i giorni, escluso il lunedì: 18.00-22.00; settembre-ottobre dal venerdì alla domenica: 16.30-20.30. Info: Assessorato Cultura, Beni Culturali e turismo della Provincia di Ascoli Piceno, tel. 0736.277540).
Lo spettatore è invitato ad ammirare trentatrè tele di elevata qualità pittorica (catalogo Marsilio editori) provenienti da collezioni private, marchigiane e non, musei italiani e stranieri, chiese dell’ascolano, opere che danno la possibilità di conoscere una parte della migliore produzione dell’artista nato a Comunanza il 25 marzo 1660 e vissuto per lo più a Roma (qui morì nel 1738).
Apprezzato dai contemporanei ma a lungo dimenticato dalla critica che lo ha riscoperto soltanto nel secolo scorso, Amorosi compì il suo apprendistato presso Giuseppe Ghezzi (1634-1721), altro artista comunanzese affermatosi nella città papale (Principe dell’Accademia di San Luca dal 1674). Giuseppe Ghezzi fu pure suo protettore e gli fece ottenere commissioni di opere di storia e religiose; tuttavia Antonio Amorosi maturò uno stile personale e si specializzò nelle bambocciate, genere poco diffuso a Roma e che gli diede notorietà anche tra gli stranieri.
Accontentando l’èlite aristocratica e l’emergente classe borghese che assiduamente frequentavano la sua bottega, Amorosi scelse il filone della pittura antiaccademica. Egli colmò il vuoto nel genere che a Roma si era creato con la scomparsa di Eberhard Keilhau (o, più semplicemente, Bernard Keil, artista danese a Roma nel 1656 ed ivi deceduto nel 1687). Con quest’ultimo Amorosi fu spesso confuso; al fine di contribuire a far rilevare le differenze esistenti tra i due modi pittorici, la mostra si apre con quattro tele di eccellente fattura riconducibili alla mano del danese. E’ esposta anche la Contadinella della Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini (Roma), opera tradizionalmente assegnata ad Amorosi, ma attribuita a Keil nella monografia di M. Heimbürger (1988). L’effetto realistico della figura di fanciulla con cesta sembra un rimando alla matrice nordica del Keil, non un elemento assegnabile alla pittura di Amorosi del quale si apprezzano, piuttosto, graziose e spontanee scenette di vita quotidiana. Si tratta di episodi semplici nei quali primeggiano figure gentili di adolescenti, più spesso di bambini; sono personaggi fieri di mostrare le loro attività abituali.
Tra le sale si susseguono ritratti e bambocciate di piccole e medie dimensioni che lasciano emergere la formazione classica dell’artista, la stessa educazione che si rintraccia nelle tele più grandi, di carattere sacro (ne sono presenti tre in mostra). Al suo background culturale va ricollegato, infatti, il distacco del pittore da un realismo troppo accentuato e l’assenza di denuncia sociale qualora è rappresentato il mondo dei più poveri come nei Fanciulli con cesto di carciofi e uccellini della collezione Fiammetta e Fabrizio Lemme (Roma). Amorosi usa trasferire i soggetti di genere su di un piano idillico-pastorale; così facendo si inserisce nella corrente pittorica del primo Settecento romano che intendeva svecchiare i moduli barocchi con orientamenti rococò.
L’esposizione comunanzese permette, dunque, di entrare in contatto con le tendenze innovative della pittura romana negli anni di trapasso tra XVII e XVIII secolo attraverso un artista marchigiano che si serve del “quotidiano” per riportare nell’ambito di un prodotto accademico il genere più antiaccademico di tutti i tempi. |
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